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30 Novembre 2020
Ultima modifica: 30 Novembre 2020 ore 08:38

La lotta contro l'ingiustizia viene dalla conversione

Bisogna convertirsi al Signore per essere giusti
Foto di Viviana Viali
Alcune riflessioni di don Oreste Benzi sul senso della lotta per la giustizia, che - secondo il sacerdote - scaturisce dalla personale esperienza di Dio
«Ogni valle sarà colmata, ogni monte e colle abbassati». Con il linguaggio allegorico del profeta il Signore ci dice quale conversione deve avvenire in noi per uscire dalla nostra schiavitù.
Ve lo dico nel nome del Signore: se non avviene la liberazione interiore dell’uomo, la schiavitù non finisce. Io sono certo che non basta all’uomo avere una casa per essere salvo; non basta che abbia un lavoro per essere salvo. No. Non dobbiamo illuderci come coloro che non hanno la speranza di Dio! Non è che l’uomo, dopo che ha avuto il riconoscimento dei suoi diritti, sia salvo. L’uomo rimane ancora tutto immerso nel suo problema, talora nella sua disperazione, nella sua solitudine.
La conversione del cuore, tutto il movimento di giustizia che noi vogliamo compiere, parte necessariamente da radici molto più profonde e più piene di chi non conosce il Signore.
Innanzi tutto, una ragione profonda dell’impegno nostro è la consapevolezza che noi siamo in stato di peccato. Vogliamo che l’altro abbia la casa perché noi ce l’abbiamo e finché noi l’abbiamo e lui non ce l’ha, vuol dire che noi siamo in peccato, perché non ci siamo impegnati affinché anche lui potesse averla.
La lotta per la giustizia che noi portiamo avanti è una manifestazione della nostra conversione al Dio vivente; non è un atto tecnico, né un semplice atto di rivendicazione, ma il frutto di una conversione. Una comunità opera veramente nella giustizia quando si sente rimproverata dal suo Dio, quando è richiamata fortemente all’amore a lui.
La lotta per la giustizia ha le sue radici in una profonda esperienza di figli di Dio; perché quando tu hai una profonda esperienza di figlio di Dio ti è insopportabile l’ingiustizia, non riesci a tollerarla.
Non hai paura neanche di perdere la vita per questo, perché la lotta scaturisce dalla tua esperienza del Dio vivente, di cui tu sei figlio. Perché se tu hai il lavoro e l’altro non l’ha, tu sei in peccato, nel senso che non hai fatto tutto il possibile, o almeno te lo devi chiedere se hai fatto tutto quanto puoi perché l’altro il lavoro ce l’abbia. In ogni modo questa ingiustizia è segno che noi straziamo la realtà del mistero del corpo mistico di Cristo.
Ecco perché la conversione al Dio vivente è la vera garanzia di una continuità di lotta e questa conversione al Dio vivente è conversione all’amore, alla verità, al bene, al pianto del nostro peccato. Lo stare in ginocchio garantisce la continuità, ci fa sfuggire al terribile castigo delle mode e fa ardere dentro di noi l’impegno.