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18 Aprile 2020

Dopo la prostituzione, «Ecco il mio sogno»

Pubblicati in un report i racconti delle donne scappate dalla schiavitù sessuale, tra fiducia e ansia.
Foto di Emanuele Zamboni
Nonostante in questi giorni aumentino progressivamente le chiamate di donne dell'Africa subsahariana e dell'est Europa, spaventate dalla diffusione velocissima del coronavirus, per chiedere di uscire dalla prostituzione o almeno di avere un po' di cibo, continua instancabile in tutta Europa l'impegno delle organizzazioni antitratta, a fianco di chi è sfuggita alla tratta negli ultimi anni. La vita da sopravvissuta è stata raccolta in un Report appena pubblicato.
Che fine hanno fatto, dove vivono, quale sogno hanno nel cuore le donne che sono state liberate dalla tratta degli esseri umani arrivate dalla Nigeria negli ultimi anni nel vecchio contintente? Le sopravvissute hanno tra i 18 e i 30 anni, molte sono giovani madre rimaste incinta nel percorso migratorio o a causa della tratta, in tanti casi non hanno potuto terminare gli studi per motivi d’indigenza pur avendo iniziato una scuola secondaria. Sognano di essere indipendenti e di trovare un lavoro che realizzi le loro capacità anche se, prima di essere accolte in progetti d’integrazione, non erano consapevoli di poter avere delle potenzialità da mettere in gioco perché sono state sempre “gestite” da altri. Ora sono libere e sentono la responsabilità di mettere in guardia le donne straniere.

«Vorrei soddisfare tutti i desideri che ho sempre avuto da piccola, prima di trasferirmi (in Europa). Ho un sogno segreto: voglio diventare un medico! Ma so che questo è un lavoro per il quale è richiesto molto studio».
«Il mio sogno è essere qualcuno che molte donne chiameranno. E mi chiederanno: “come hai superato tutta questa situazione? Cosa sei stata in grado di fare e come hai avuto successo nella tua vita? Questa è la mia lotta. E se ho il privilegio di vivere qui in Europa (…), credimi: la prostituzione in strada finirà perché farò del mio meglio per combattere. Non mi siederò!».

Ecco due delle testimonianze raccolte nel Rapporto europeo Strengthen opportunities and overcome hindrances pubblicato la settimana scorsa sul sito del progetto INTAP (un approccio intersezionale al processo d'integrazione in Europa per le donne vittime di traffico di esseri umani a fini sessuali), co-finanziato dalla Commissione Europea, e nato dalla sinergia tra enti antitratta di tre paesi europei (Germania, Italia e Austria) - tra i quali The justice project, Comunità Papa Giovanni XXIII, Solwodi, Diakonie Herz Werk, Gemeinsam gegen Menschenhandelè. Obiettivo della ricerca, elaborata dall’Università Cattolica Eichstatt Ingolstadt, era rispondere alla domanda centrale su come rafforzare le opportunità e superare gli ostacoli al processo d’integrazione in Europa per le donne sopravvissute alla tratta. 

Foto di gruppo di rappresentanti di associazioni europee
Dal 2018 la Comunità Papa Giovanni XXIII collabora con enti antitratta in Germania, Austria, Francia per liberare le schiave costrette a prostituirsi. Foto nel parlamento tedesco a Berlino dello staff del progetto europeo INTAP.


Lo studio qualitativo è stato condotto su 40 sopravvissute di nazionalità nigeriana, 18 esperti di tratta e 2 focus group. Risultato principale è stato individuare due aspetti fondamentali per le persone intervistate, tutte vittime di sfruttamento della prostituzione, cioè il bisogno di un supporto di persone di fiducia come opportunità per ricostruirsi una nuova vita e gli effetti a lungo termine di paure e ansia come ostacolo all'integrazione, legate ai traumi subìti nel passato e alla discriminazione nel paese ospitante.

Si sopravvive quando ci si inizia a fidare di qualcuno

Una persona di fiducia – si legge nel Report - può essere vista come un filo rosso che attraversa ostacoli e opportunità possibili nel processo di integrazione. Qualcuno a cui le sopravvissute si affidano, che dà loro un senso di sicurezza, dando costantemente consigli e un aiuto pratico. Sono le operatrici e i volontari all’interno delle organizzazioni che le hanno accolte ma sono persone di fiducia anche amiche e amici all'interno delle comunità etniche o anche nelle stesse comunità ospitanti. Nel caso delle madri, le persone di fiducia sono individuate maggiormente nelle case rifugio o, in Italia, nelle case-famiglia che le ospitano. Rendono positiva la loro vita quotidiana, il loro benessere emotivo e facilitano il loro accesso ai servizi sociali. Le aiutano fino alla fine, sostenendole anche nel trovare un lavoro, una casa e un’organizzazione quotidiana dei propri figli. Man mano che cresce la fiducia in loro, crescono pure nelle donne accolte stabilità emotiva e conforto e diminuiscono invece le emozioni negative e la fatica. Per questo motivo, sono come “terapeuti del quotidiano” che favoriscono l'autostima e le accompagnano nei primi passi verso l'integrazione, superando la paura, anche nei rapporti difficili con la famiglia di origine.

Racconti di un continuo terrore nella mente. «Lei (la madame) ha detto che ucciderà mia madre, mio padre, mia sorella. Per questo avevo molta paura e non mi fidavo di nessuno». «Penso che le donne nigeriane abbiano bisogno di amore e di cure. So che molte di noi sono maleducate. Ma dovrebbero cercare di aiutarci per trovare pace nella nostra mente».
Sono persone di fiducia anche le famiglie e case-famiglia (il modello nato dalla Comunità di don Oreste Benzi) che, in Italia, ricostruiscono un clima di famiglia che si era completamente perso.

«Ho trovato una bella famiglia, la migliore famiglia di tutta Italia. È difficile trovare persone di cui fidarsi a cui dire tutto quello che hai nel cuore. Ho sempre parlato con la famiglia (che mi ha accolto) e loro mi han sempre aiutato a pensare cosa è meglio fare, mi stanno aiutando in tutto».

La paura di essere sempre in pericolo


Non è facile dimenticare le violenze nel paese di origine, il vodoo, le minacce e i ricatti nei confronti delle persone care, le torture subìte in Libia per le giovani adescate in Nigeria, per finire poi sfruttate sessualmente sui marciapiedi italiani, nei bordelli tedeschi o nei nightclub austriaci.
Sono tante le paure che le accompagnano per diversi anni: la paura di essere scoperte da sfruttatori e trafficanti, l’ansia derivante dai traumi vissuti, il terrore di essere espulse. Gli incubi riempiono ripetutamente le loro notti; l’ansia diventa insonnia, stanchezza continua e persino pensiero di suicidio. In particolare nella prima fase di accoglienza, la stanchezza, a sua volta, influenza la concentrazione sull'apprendimento della lingua del paese ospitante e sui percorsi di formazione professionale. Così pure le denunce di sfruttamento, i processi giudiziari possono provocare una ri-traumatizzazione che in alcune di loro diventa un circolo vizioso. Anche all’interno della comunità nigeriana e delle chiese africane, pur avendo desiderio di stare con i connazionali, chi è stata vittima di tratta spesso teme di essere di nuovo agganciata da intermediari delle reti criminali. Così raccontano due di loro. «Ho imparato a distinguere. Ma non ho molti amici. Ho due o tre amiche nigeriane. Perché non voglio avere altri problemi». «A volte, quando vai nelle nostre chiese, incontri persino le persone peggiori».

Ragazze in strada che trattano con un cliente in auto
Foto di Daniele Calisesi


All'interno della società ospitante, inoltre tutte riscontrano un forte razzismo che ostacola l’integrazione e la discriminazione della gente del posto perché sono donne e donne di colore, soprattutto nel contesto del lavoro. «Ho appena smesso di lavorare lì. A quell’uomo (il titolare) non piacciono i neri, siamo troppi. Credo non spieghi il motivo ma non vuole che i neri lavorino lì». E ancora più intenso il sentimento di negatività in questa testimonianza: «Di notte non riesco a dormire – spiega una delle intervistate - non riesco più a dormire. Sono spaventata. Sto pensando così tante cose, perché so che tutto è successo a causa della pressione della signora (madame) e delle persone (consumatori) che hanno prenotato appuntamenti con me quando lavoravo ancora nella prostituzione».
Paura e ansia crescono anche perché le vittime si sentono stigmatizzate come “prostitute” anche quando vanno a scuola e a lavoro. In Italia in particolare uomini sconosciuti che le fermano per strada sono i clienti - o sono percepiti come clienti - che riportano alla mente dolorosamente l’esperienza di sfruttamento vissuta in strada. Come questa giovanissima vittima al ritorno da scuola: «Quando perdo l'autobus, c'è qualcuno in auto che potrebbe darmi un passaggio, ma è difficile da chiedere perché se vedono che sono una ragazza (alla fermata), pensano che io sia una prostituta. Non è giusto».

Le madri single


Spesso le sopravvissute alla tratta nigeriane sono madri giovanissime - in Germania le chiamano “single mums”, “baby mums” - le donne sopravvissute alla tratta degli esseri umani. Trovano un rifugio e operatrici pronte a sostenerle nella gravidanza e anche dopo nel reinserimento nella società e successivamente a imparare un mestiere per poter essere autonome. Dopo essere state sfruttate sessualmente prima in Libia e poi in Italia, in Spagna o in Francia arrivano in Germania sperando di ricostruirsi una vita e invece si legano a “loverboy” fasulli che continuano a sfruttarle e a metterle incinta. In diversi casi, le istituzioni non le considerano pertanto idonee a prendersi cura dei bambini e, di conseguenza, sono private ​​della custodia dei loro figli. Spesso prevale una percezione stereotipata della donna perché, avendo vissuto l’esperienza dello sfruttamento sessuale, non può essere una buona madre perché è vista come una "prostituta". A questo si collega lo stigma del "bambino dell'ancora" concepito solo per ottenere la residenza attraverso il figlio. Ma sono davvero le donne ancora libere di scegliere o rischiano di restare piuttosto ancora una volta sfruttate dai loro uomini che spesso poi le abbandonano sole coi figli? In Germania e Austria, in particolare si stanno sviluppando progetti di integrazione specifici per le madri così da garantire loro l'accesso ai corsi di lingua, alla formazione professionale e al mercato del lavoro. Le stesse sopravvissute riportano una serie di emozioni negative, ad esempio come sentirsi stressate, irritabili, tristi o depresse. La paura è l’emozione dominante spesso collegata al timore di essere trovata dal loro trafficante. Si aggiunge un perenne sentimento di vergogna legata al loro sfruttamento. Le madri è per i figli che cercano di soprvvivere- un'opportunità poiché aiuta i SoT a normalizzare la loro quotidianità.

Donna nigeriana in preghiera a mani giunte
Giornata internazionale di preghiera contro la tratta, edizione 2020
Foto di Stefano Dal Pozzolo


Molte di loro non hanno altro modello educativo delle botte. Sono loro stesse state picchiate da bambine quindi hanno bisogno di qualcuno che fianco a fianco mostri loro un altro stile di maternità. Le loro principali paure sono non avere abbastanza soldi per crescere i figli, la difficoltà di accedere ad un servizio di babysitting, l’impossibilità di frequentare percorsi formativi laddove non sono previsti supporti alla maternità, i costi elevati degli asili. Non mancano però donne che, terminati i percorsi d’integrazione, hanno continuato invece una una relazione sana e quindi costruito un nucleo familiare solido con un partner che può prendersi cura dei bambini. Alcune di loro invece hanno un’ulteriore peso: mantenere i figli a distanza ovvero quelli lasciati con le “nonne” in Nigeria. Per quanto riguarda l’assistenza sanitaria e il contatto con ginecologhe, ostetriche e dopo il parto le pediatre, le sopravvissute riconoscono la positività delle persone che lavorano nei servizi sanitari del paese ospitante e che considerano importanti tra le “persone di fiducia”. Sono infatti un ponte tra visioni del mondo e culture diverse che le spinge ancora di più a integrarsi prima possibile. L’ostacolo più grande riguarda invece i metodi educativi.

Non basta informarle che in Europa non è permesso picchiare i bambini. Molte di loro da piccole sono state picchiate e in alcuni casi anche abusate. E’ importante l’affiancamento di persone che insegnino loro altri metodi educativi per stabilire dei limiti per i loro figli, il tempo del gioco, il tempo delle tenerezze, il tempo dei pasti. Cosa non scontata per chi cresce in famiglie numerose e indigenti in cui la madre è spesso fuori casa per lavoro e non ha tempo se non per soddisfare i bisogni primari.

La maternità per lo più è considerata, anche per le mamme single, non tanto un modo per ottenere un permesso – cosa che non è certa per diverse intervistate – quanto una occasione per sentirsi vive. Il figlio diventa la loro ragione di vita come ha spiegato una delle esperte intervistate in Germania. «Sopravvivono per far fronte ai problemi (dei loro figli), per vedere un futuro. Se vedono un bambino, vedono ancora la vita nelle loro vite (...). Sta dando loro la possibilità in qualche modo di vedere qualcuno crescere. Me lo dicono molte donne che è l'unica ragione per cui continuano a vivere!».