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7 Gennaio 2020

Dipendenza, finalmente l'uscita dal tunnel

Tema sulla droga: vi raccontiamo la fine del programma terapeutico per vincere la dipendenza. Droghe, alcool e gioco d'azzardo: a Rimini ogni anno festeggiano un centinaio di ragazzi da tutto il mondo
Foto di Andrea Luccitelli
Le loro storie: l'imprenditore che fa arrestare il figlio per salvarlo. Le prime canne già a 14 anni, poi l'eroina e il crack.
Una cerimonia speciale celebra, ogni anno, la rinascita del centinaio di ragazzi (nel 2019 80 dall'Italia e 16 dall'estero) che concludono il programma terapeutico per vincere la droga nelle strutture della Comunità Papa Giovanni XXIII. L'associazione fondata a Rimini da Don Oreste Benzi si è riunita il 26 dicembre 2019 per la Festa del Riconoscimento: è una tradizione che nel 2019 ha compiuto 35 anni.

La prima festa del riconoscimento dell'impegno contro la droga è stata celebrata dal sacerdote riminese nel lontano 1984, con i primi 7 ragazzi liberati dalle dipendenze. E sono 40 gli anni dall'apertura della prima comunità di recupero della Comunità Papa Giovanni XXIII.

La storia: per salvarlo ha fatto arrestare il figlio

«Ho fatto richiudere mio figlio a San Vittore, perchè altrimenti non l'avrei mai fermato». È stata la reazione decisa di un padre, di fronte all'abisso in cui era precipitato il figlio, l'ancora di salvezza di S.B., che oggi ha 23 anni.

La sua storia può essere un ottimo punto di partenza per un tema scolastico sulla droga e sulle dipendenze.

Entrato nella prima comunità a 15 anni, il ragazzo ha terminato il suo programma terapeutico all'età di 23. Un successo che è insperato per molti genitori che sono alle prese con la piaga delle dipendenze patologiche; in questo caso un risultato dovuto alla fermezza, e forse anche ad un pizzico di fortuna.

Il problema di S. però, come avviene in molti casi, non era solo quello della droga. All'assunzione della cocaina si era affiancato l'abuso sempre più grave di alcolici, «Passava dal crack all'alcool e poi si tranquillizzava con una canna», spiega il padre. «In galera si è intossicato e pulito. Quando andavamo in visita nelle case dei clienti della mia azienda — il padre lavora nella comunicazione e nel marketing — spesso capitava che sparisse qualcosa. Ho trovato un motivo per denunciarlo io stesso, ha preferito doverlo andare a trovare in galera piuttosto che al capezzale una bara. E dopo il carcere, la salvezza per S. è stata quella di trovare la comunità giusta, un incontro fortunato che è arrivato quasi per caso».

«È stata una sofferenza vedere mio figlio che si buttava via. Ma io ci ho sempre parlato. Non ho mai gridato, non l'ho mai aggredito. Ho sempre cercato nel dialogo con lui di capire dove iniziava il problema e cercavamo modi per superarlo».

Il figlio di A.B., imprenditore, era diventato il leader del gruppo. A 21 anni procurava la droga per i suoi amici.

«La redenzione è arrivata con la sua quarta comunità di accoglienza. Fino allora ad avevo registrato risultati pessimi. Mi sono ritrovato a sperimentare, insieme a mio figlio, accoglienze che erano dei cumulatori di persone buttate all'interno, improvvisate. A Milano mi era capitata una comunità in cui una notte gli accolti si sono ubriacati insieme ad un operatore, e poi la colpa era stata data ai ragazzi. In quei centri non c'erano regole, gli operatori mi erano sembrati impreparati nel dialogo. Quando ho chiesto un programma mi erano state date risposte evasive, poco concrete. Quando ero andato a visitare mio figlio dopo una settimana, alla domanda "cosa avete fatto" era seguito il vuoto. Non aveva argomenti. A Lodi invece dopo una settimana ho trovato come un computer nuovo, con già un sistema operativo installato e delle informazioni dentro».

La difficile scelta della comunità di accoglienza

La famiglia di S. non ha trovato nessuna freccia ad indicare la strada. Ha sperimentato da sola ciò che il territorio aveva da offrire: «Mi dispiace dirlo, soprattutto perché ci sono tanti ragazzi nelle stesse condizioni che oggi subiscono trattamenti duri quanto inutili. Siamo stati a Brescia, a Pavia, a Milano. Abbiamo trovato centri che non dovrebbero esistere; hanno messo il nostro giovane affetto da dipendenze fra 60 ragazzi provenienti da etnie tutte diverse».

Foto di gruppo dei ragazzi della comunità terapeutica
A Castel Maggiore (Bologna), foto di gruppo nel villaggio Don Oreste Benzi


La comunità giusta A. l'ha trovata cercando su internet. «Ero arrivato al limite perchè tutte le strutture mi chiedevano mesi per fare colloqui tramite il Sert. Poi con l'avvocato siamo riusciti a farlo entrare in comunità come strumento di detenzione alternativa al carcere. Un esperimento di inserimento che a Lodi veniva condotto forse per la prima volta».

«E così siamo arrivati alla Comunità Regina della Speranza della Comunità Papa Giovanni XXIII. Lì ho trovato persone molto preparate che nell'accoglienza mettono il cuore. Non abbiamo visto secondi fini, ci hanno dato la possibilità di fidarci. La fiducia è la cosa più difficile da conquistare per un ragazzo che inizia un percorso. Quando si visita una comunità di recupero per tossicodipendenti cercate di parlare con gli operatori, con chi vive all'interno della casa».

Entrato in Comunità S. si è trovato a non essere un numero. Ha avuto un nome e un cognome, e un ruolo. «C'era un programma strutturato, un confronto giornaliero a tu per tu fra operatori della comunità e mio figlio. Nel dialogo gli educatori hanno saputo tirare fuori le cose positive e anche affrontare le difficoltà. Anche quelle più piccole, con chi dorme nella stessa camera da letto, senza mai giudicare le persone ma i fatti che accadevano», racconta il padre, che dopo gli incontri con i genitori si fermava a visitare la casa. A volte A. si è invitato a pranzo nella comunità del figlio e ha avuto la possibilità di ascoltare.

«Ho trovato la capacità della comunicazione profonda. L'ho notato subito nel rapporto che gli operatori hanno saputo instaurare con mio figlio. Fanno un lavoro con i ragazzi che non ho trovato neanche minimamente in altre realtà, ci sono differenze abnormi fra una comunità di accoglienza ed un'altra».

Con un figlio tossicodipendente si sbaglia sempre

Dove avete sbagliato?

«Mio figlio lavorava con me e l'ho visto io stesso degenerare. Aveva cominciato a chiedermi tutti i giorni dei soldi, e lì un genitore, qualsiasi cosa faccia, si ritrova che sbaglia sempre. La dipendenza non si può affrontare da soli. Se gli davo del denaro gli serviva per assecondare i suoi vizi, se non glielo davo reagiva con rabbia e spaccava tutto. Aveva un amore per il lavoro pari a zero».

La fine del programma terapeutico

S. andrà a lavorare nell'azienda del padre, e andrà a vivere in autonomia a poca distanza da casa di papà. «Così potrò controllare se dovesse combinare qualche altro guaio», spiega. Ma ormai il giovane sembra essersi avviato sulla strada giusta.

«Il passato è una fase dimenticata, oggi la persona che c'era non c'è più. Dopo la comunità ho scoperto in mio figlio una persona diversa, con degli interessi. S. prima si faceva dominare dalla rabbia, oggi sa contare fino a 20 prima di reagire. Ha preso possesso della sua testa».

S. ha finito il programma terapeutico e finirà di scontare la sua pena l'11 marzo 2020, anche se già ora potrà sperimentare un affidamento ai servizi sociali del comune che a breve gli consentirà di andare a vivere nell'appartamento di famiglia. «È un'altra persona», spiega il padre con un pizzico di orgoglio. «Fa cose che erano impensabili, suona la chitarra, compone musiche, fa sport. Capisce dove è il bene e il male, ha iniziato a prendere coscienza del fatto che può decidere con la propria testa chi vuole essere». 

Dipendenze: ecco dove chiedere aiuto

Come in molte altre parti d'Italia anche la Comunità di S. apre le porte al territorio annualmente nel mese di novembre, con gli openday che consentono di entrare in visita.

Fra gli alberi ad ascoltare testimonianze di droga ed alcool
La festa dell'interdipendenza ogni anno d'estate celebra i giovani impegnati nei cammini contro droga ed alcool


«Il tipo di dipendenze sta cambiando», spiega Davide Bianchini, operatore del lodigiano. «La media dei ragazzi che accogliamo nella nostra realtà sta superando la soglia dei 40 anni. Infatti aumentano i giovani che fanno uso di cocaina, e la fase più dura nel quale si perde il posto in società con questa droga arriva più tardi. La chiamiamo dipendenza integrata, tu puoi condurre una vita che sembra normale per tanti anni, illudendoti che sarà per sempre».

Intanto dal Tavolo Ecclesiale per le dipendenze si ribadisce l'allarme per un fenomeno che resta preccupante.


Per le richieste di aiuto la Comunità Papa Giovanni XXIII ha messo a disposizione il numero di telefono 348.9191006.