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11 Giugno 2020

Armi italiane all'Egitto: Di Maio riapre il dialogo

In risposta alla Campagna di Amnesty International, Rete della Pace, Rete italiana Disarmo con l'adesione della Comunità Papa Giovanni XXIII
Foto di ANSA/MINISTERO DELLA DIFESA
Accordi militari fra Italia ed Egitto per 6 fregate militari, 24 pattugliatori, 24 cacciabombardieri e altrettanti aerei addestratori. In barba alla vicenda di Giulio Regeni - rapito ed ucciso - e di Patrick Zaki, ricercatore che è tuttora nelle carceri egiziane.
Il ministro degli Esteri Luigi di Maio ha precisato ieri che le valutazioni sulla vendita di sei fregate militari all'Egitto sono ancora in corso, in risposta alla campagna #StopArmiEgitto sollevata da Amnesty International, Rete della Pace, Rete italiana Disarmo e dei loro partner.
Le organizzazioni avevano sollevato forti obiezioni per la vendita di importanti forniture militari a un paese, l'Egitto, che fra l'altro "sostiene l'offensiva militare in Libia del generale Haftar, responsabile di gravi misure repressive contro manifestanti e dissidenti".

Una questione che resta al centro del dibattito politico, e che vede levarsi la voce di nuove associazioni e movimenti. Fabiola Bianchi, animatrice del servizio missione e pace della Comunità Papa Giovanni XXIII porta la posizione dell'associazione internazionale fondata da Don Oreste Benzi, che fa parte della Rete Italiana per il Disarmo.

La Comunità Papa Giovanni XXIII: «Non possiamo vendere armi a chi viola i diritti umani»

«Papa Francesco ci sta dando delle indicazioni molto precise per costruire la pace, da anni parla dei troppi interessi celati dietro la vendita di armi e chiede un cambiamento radicale, non solo morale ma politico. Ci ha ricordato anche durante la pandemia che di pane abbiamo bisogno, non di fucili e in più occasioni ha chiesto di porre fine all'ipocrisia armamentista di chi parla di pace e vende armi. (conferenza stampa rilasciata nel viaggio di ritorno dal Giappone a novembre del 2019 e in seguito, durante l'incontro a Bari “Mediterraneo, frontiera di pace”).

Non possiamo continuare a produrre e vendere armi a Paesi che sistematicamente violano i diritti umani e non sentirci allo stesso tempo responsabili dei profughi che proprio da quelle armi stanno fuggendo e che vengono respinti lungo i nostri confini».

Le armi italiane dalla Sardegna e da Genova dirette in Yemen

«In Sardegna la ditta RWM ha prodotto bombe che hanno massacrato donne e bambini in Yemen, il rapporto delle Nazioni Unite a riguardo parla di crimini di guerra, ed è di questi giorni la notizia, al centro anche di una campagna lanciata da Amnesty International, Rete della Pace e Rete Italiana per il Disarmo, di una trattativa tra Roma e il Cairo per l'invio di ingenti forniture militari alle forze armate dell'Egitto, contratto definito la “commessa del secolo”, in aperto contrasto con la legge 185 del 1990 che vieta esplicitamente l'export di armamenti a governi responsabili di violazioni dei diritti umani, come quello guidato da al-Sisi, ex generale e attuale presidente della Repubblica egiziana, accusato ripetutamente di abusi da parte di Amnesty international e schierato al fianco dell'Esercito Nazionale di Liberazione Libico del generale Haftar, che da anni sta destabilizzando ogni negoziato per la pacificazione in Libia. Fonti come l'Osservatorio Opal di Brescia dichiarano che si tratterebbe del maggiore contratto per forniture militari mai rilasciato dall'Italia dal dopoguerra, che farebbe dell'Egitto il principale acquirente di sistemi militari italiani e che vincolerebbe i due governi a rapporti duraturi negli anni che andrebbero a condizionare anche i futuri governi italiani».

Nave cargo bloccata al porto di Genova
La nave-cargo saudita Bahri Yambu, piena di armi per l'Arabia Saudita, viene bloccata nel porto di Genova il 20 maggio 2019
Foto di Luca Zennaro - Ansa


«Ci si chiede quanta sofferenza siano destinate a generare quelle armi, quante persone saranno costrette a lasciare le loro case, a fuggire per mettere in salvo la propria vita e quella dei propri figli...E se in passato i migranti subivano violenze nel Paese da cui erano costretti a fuggire, adesso subiscono violazioni gravi dei loro diritti, talvolta fino alla tortura, anche durante tutto il tragitto.

La migrazione viene spesso percepita come un fenomeno di irregolarità e disordine, ma chi compie delle irregolarità sono invece quegli stati che, respingendo i migranti alla frontiera senza permettergli di chiedere asilo, infrangono un principio fondamentale del diritto internazionale».

Sud ed Est Europa hanno grandi responsabilità

«Eppure questo accade anche in Europa, è una pratica che si sta diffondendo in maniera preoccupante, e nonostante le denunce siano arrivate fino al Parlamento Europeo, ad oggi non si ha notizia che siano stati presi provvedimenti.

Accade in Grecia, dove dalla politica di esternalizzazione delle frontiere e della deterrenza siamo arrivati ai respingimenti anche con l'uso della violenza, fino a prelevare con la forza i migranti già entrati nel territorio greco, come è successo l'8 giugno a 39 persone in fila davanti ad un centro di distribuzione di generi alimentari, arrestati e deportati in Turchia. (Border Violence Monitoring Network 8-6- 2020)
Accade in Croazia, dove i migranti che cercano di entrare subiscono gravi violenze ed umiliazioni, vengono contrassegnati con lo spray in modo disumano, e recentemente vaste aree sono state disboscate per rendere più visibili le persone che tentano di attraversare i confini.
Accade a Malta, che ha stretto un patto con la Libia per respingere nuovamente in Libia i migranti che si avvicinano alle sue acque.

E accade in Italia. A Trieste vengono messe in atto riammissioni informali, respingimenti a catena che costringono i migranti a tornare indietro dall'Italia alla Slovenia per poi da lì essere respinti ancora da un Paese all'altro fino a ritrovarsi alla posizione di partenza, come in un disperato gioco dell'oca».

Semi di speranza

«Eppure si tratta di persone che chiedono solo di essere riconosciute per quello che sono, fuggono dalla violenza e chiedono di essere accolte con il grande dono che ci portano: il loro desiderio di pace.

Nonostante tutto, dalla società riceviamo ovunque esempi di tanti costruttori di pace che sono un seme di speranza, come l'impegno concreto dimostrato dai portuali di Genova, ricordati anche da Papa Francesco, che si mobilitano per impedire che transitino dal porto navi cariche di armi, come i comuni cittadini greci e croati, che ogni giorno soccorrono i migranti donando qualcosa da mangiare e abiti per il viaggio

E allora buona Giornata del Rifugiato del 20 giugno ad ognuno di noi, perché come ci ha ricordato Papa Francesco durante l'ultima Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato (settembre 2019), non si tratta solo di migranti, ma riguarda tutta la famiglia umana, si tratta di ognuno di noi».