Topic:
8 Marzo 2020

8 marzo: non chiamateci prostitute!

Il punto di vista delle donne vittime di sfruttamento.
L'8 marzo anche le sopravvissute alla tratta e alla prostituzione ricordano che la donna non è un oggetto ma un soggetto attivo, protagonista del futuro del nostro Paese.
«Sono tanti gli uomini che ci guardano in modo diverso perché siamo straniere. E troppe volte ci guardano come fossimo per sempre prostitute. Ma non siamo in vetrina! Siamo studentesse, lavoratrici, madri come tutte le altre donne». Sono parole di una delle migliaia di giovani che hanno trovato la loro via per il riscatto e sono così uscite dalla spirale della violenza. Edith oggi studia scienze sociali durante la settimana e lavora in un ristorante nei weekend. La sua tenacia e la sua voglia di voltare pagina l’ha costruita a fatica, giorno dopo giorno, grazie al sostegno della famiglia in cui è stata accolta due anni fa.

Ma non è l’unica che, nel giorno dedicato alla Festa della donna, non pensa alle mimose ma vuole dire basta a quella cultura che le addita sempre come donne oggetto, anche se hanno deciso con coraggio di scappare dalla violenza e cambiare vita. «Mi dà fastidio il modo in cui mi guardano gli uomini italiani, quando cammino per strada o sono alla fermata dell’autobus, soprattutto gli anziani» A parlare è Milouda, vittima marocchina di un matrimonio forzato e che oggi lavora in un’industria metalmeccanica dopo essere riuscita, insieme a suo figlio, con l’aiuto di carabinieri, assistenti sociali, educatori e psicologi, a uscire dal panico che proprio suo marito incuteva ogni notte in lei. «Non basta festeggiare le donne una volta all’anno. Bisogna proprio cambiare mentalità, 365 giorni all’anno!»

La discriminazione basata sull'etnia, sul genere e sulla giovane età, negli ambienti di lavoro è molto alta. Troppo frequenti gli uomini italiani che chiedono rapporti sessuali o che continuano a pensare alla donna come oggetto, o come un accessorio mentre semplicemente queste giovani donne – e vale anche per quelle dell’est - prendono un autobus o siedono alla mensa aziendale... Secondo i recenti dati del Servizio Studi del Senato, solo sul posto di lavoro sono infatti più di 1milione le donne che subiscono qualche forma di violenza di genere. Ed è per questo al vaglio un disegno di legge per migliorare la normativa in Italia mentre pochi giorni fa dal Ministero per le Pari Opportunità e per la famiglia è stato dato il via ai tavoli operativi di contrasto alla violenza di genere e anche 10 milioni per un nuovo bando antiviolenza.

È ora di cambiare linguaggio e di interrompere quella narrazione che fomenta una cultura mercificatoria e dare spazio alle storie di riscatto, di libertà e di protagonismo femminile. Come nel caso di Princess, 19 anni, che anche al tempo del Coronavirus continua ad andare a lavorare con coraggio, affrontando diversi chilometri in treno, pur di sostenere l’azienda tessile per cui lavora e per cui sta dando tutte le sue energie, cercando di consegnare delle importanti commesse prima possibile. Sostenendosi nell’ospitalità tra colleghe nei giorni in cui si fa tardi. «Non so perché a molte persone europee non piacciono quelli che hanno la pella nera – spiega senza peli sulla lingua. Ma poi usano le donne africane. Non dovrebbe mai esserci differenza per la pelle e nemmeno tra uomini e donne. Siamo uguali davanti a Dio: siamo tutti suoi figli! Io voglio essere libera, indipendente, lavorare sodo e un domani costruirmi una bella famiglia con un uomo che sa amarmi per quella che sono». A soli 19 anni, ancora fatica a fidarsi degli altri ma vuole investire sul suo futuro e sulla sua passione: gli abiti.

La donna è protagonista e tràino della vita

Anche il Presidente della Comunità di don Benzi, Giovanni Paolo Ramonda, incoraggia le donne che ce l’hanno fatta a costruire un futuro non basato sulla compravendita del proprio corpo. «Girando diverse parti del mondo, in questi ultimi dodici anni, dall’Africa, all’Asia, all’America Latina, vedo sempre la donna protagonista e trainante la vita, che lavora sodo e anche che sta dietro alla famiglia molte volte allargata, facendo da balia anche a tanti uomini molte volte fragili. Le donne hanno un corpo ma hanno anche una bellissima anima e intelligenza che le rende creative, tenaci, e sognatrici di un futuro che però si costruisce nell’oggi operoso.

E’ auspicabile che le politiche sociali dei paesi riconoscano il grande contributo che viene dato dalle donne, sia quelle che ritengono un prezioso lavoro quello di essere madri ed educatrici dei figli a tempo pieno sia le donne che lavorano nei vari ambiti, da quello educativo, a quello industriale, scientifico o della ricerca». Perché la donna possa essere protagonista e rispettata nella sua dignità, in un equilibrio tra maschile e femminile, bisogna fare un’inversione di rotta, un cambio di cultura. «Purtroppo ci sono ancora tante donne sfruttate, non riconosciute nello loro dignità più profonda, fino al limite di renderle sessualmente schiave. Non ci rassegneremo mai a dare in pasto a clienti perversi e anche alle reti criminali il cuore ed il corpo delle donne. Nemmeno con un fiore vanno toccate, perché sono terra sacra»».

Anche il coordinatore Ocse dice basta a trafficanti e clienti

Le sopravvissute alla violenza e alla tratta vogliono lasciarsi alle spalle il loro passato anche perché – come nel caso di Diana – la protagonista del libro “Quello che gli occhi non vedono” – vedono impuniti i loro protettori. Dopo 5 anni di processo, a lei che era costretta a prostituirsi in strada e in hotel in una città del nord Italia, è rimasta solo l’esile soddisfazione del carcere per il taxista che portava ogni notte “sul posto di lavoro” lei 17enne e la sua compagna di sventura 16enne. Meglio dimenticare e non parlarne più.

Sulla fiducia delle vittime nei confronti della giustizia che va incoraggiata, è intervenuto di recente Valiant Richey, Coordinatore per la lotta alla tratta di esseri umani dell’Osce «Molti Paesi continuano a perseguire e punire sistematicamente le vittime – compresi i minori – invece di offrire loro la protezione di cui hanno disperatamente bisogno. I trafficanti e i loro clienti, invece, godono di una relativa impunità. Si stima che nel mondo vi siano circa 25 milioni di vittime della tratta. I dati disponibili più recenti, appena pubblicati, ci dicono che nel 2018, in tutto il mondo, solo 11.096 trafficanti sono stati perseguiti. Questo vuol dire che finisce sotto processo solo un trafficante ogni 2.275 vittime (…) Dobbiamo invece processare rapidamente i trafficanti e i loro clienti in modo proporzionale al danno causato, assicurando la certezza della pena». E – aggiunge - occorre dare «alle vittime una ragione per avere fiducia nel sistema penale». Anche in Italia il numero di sospetti trafficanti arrestati è diminuito quasi di un quarto: solo 99 rispetto ai 133 dell’anno precedente.

I dati antitratta

Nel 2019, secondo il Report Trafficking in persons del Dipartimento di Stato americano, in Italia sono state inserite in programmi di protezione e recupero solo 597 nuovi casi di vittime, per il 90% vittime di tratta a fini sessuali.

La Comunità Papa Giovanni XXIII ne ha assistite 111 di nazionalità prevalentemente nigeriana. Ma anche donne provenienti da Albania, Romania, Costa d'Avorio e Brasile. Per intercettarle e proporre la fuoriuscita dal racket sono attive 27 unità di strada in 12 Regioni (Piemonte, Liguria, Veneto, Emilia-Romagna, Marche, Toscana, Lazio, Abruzzo, Umbria, Campania, Puglia, Sardegna) con più di 8.000 contatti in strada in un anno. 3 sono invece le unità di contatto per l'emersione di vittime di tratta al fine di accattonaggio e/o sfruttamento lavorativo in Liguria, Piemonte, Emilia – Romagna.

Nella prostituzione in strada, in diverse città del sud e del nord Italia, è stata registrata la presenza di nuove giovani donne albanesi e bulgare. Tra queste in Emilia – Romagna, ricordiamo il caso di Yoana, appena vent’enne, ingannata da una connazionale e arrivata in Italia con la promessa di un valido lavoro. Quando si è trovata sul marciapiede guardata a vista dai suoi protettori, ha incontrato l’equipe di strada della Comunità Papa Giovanni XXIII e pochi giorni dopo, con un escamotage, è scappata con un cliente a 30 km di distanza chiedendo aiuto, chiusa in un bar. La Comunità Papa Giovanni XXIII l’ha recuperata prontamente e accolta in protezione. Nei giorni scorsi, la giovane bulgara ha scelto il rientro volontario nel suo paese di origine, volendo dimenticare una volta per tutte questa drammatica vicenda e ricostruirsi un futuro nella sua terra.

Un nuovo handbook su violenze e industria della prostituzione

Per spiegare quali violenze invisibili hanno dovuto superare le vittime di tratta e di sfruttamento nell’industria della prostituzione, la Comunità Papa Giovanni XXIII ha appena pubblicato un handbook in 7 lingue, dal titolo Nemmeno con un fiore! stop alla violenza. Informazioni, storie, numeri su violenza di genere e industria della prostituzione, grazie ad un progetto di prevenzione e contrasto alla violenza di genere finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità. Uno strumento importante a sostegno della Campagna antitratta Questo è il mio corpo a sostegno del “modello nordico” ovvero di una legge che preveda sanzione e percorso socioriabilitativo per i clienti dell’industria della prostituzione, e che ha già ottenuto quasi 32.000 adesioni.