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30 Aprile 2020

Aborto a domicilio? Chiedilo all'esperto

Moltiplicate le richieste delle associazioni abortiste per l'uso della Ru486 a casa
Foto di Goffkein
Gli ospedali sono luoghi di potenziale contagio, così - recependo le indicazioni dell'OMS - si è chiesto che anche in Italia si potessero favorire gli aborti a domicilio. Ma l'aborto non è una cura, è un dramma, potenziato dalla solitudine
«L’aborto non è facile. È atroce! Da quel giorno ho spesso degli incubi. E ho pensato d’impazzire. Cercavo soluzioni per abortire in casa. Ma se avessi avuto più tempo per riflettere avrei ragionato; forse avrei potuto confrontarmi con i miei e mi avrebbero accettato. Se non avessi avuto quella fretta, sono sicura che avrei potuto fare una scelta diversa».

Natascia ha 37 anni e ha scelto di uscire allo scoperto, ripercorrendo coraggiosamente “in diretta”, momento per momento quel terribile aborto “troppo veloce”. Una donna che non conosceva la Comunità Papa Giovanni XXIII ma che ha sentito l’esigenza di contattare il numero verde gratuito del Servizio maternità e Vita, per parlare con qualcuno in quel momento di disperazione, e chiedere aiuto dopo l’aborto farmacologico.

Aborto in casa: chiedi il parere dell'esperto

Il servizio Maternità e vita della Comunità Papa Giovanni XXIII fornisce consulenza alle donne in difficoltà con la gravidanza, interessate ad un aborto in casa, o in altre situazioni di difficoltà familiare. Puoi chiedere un incontro con un esperto o un confronto telefonico chiamando al numero 800.035036 oppure scrivendo un messaggio su WhatsApp.

Aborto: la scelta non può essere affrettata

L’uomo a cui era legata era un tipo aggressivo non solo a livello verbale. E lei ne era diventata quasi “dipendente”. Rimasta incinta, in un periodo di amenorrea in cui non stava più usando contraccettivi, Natascia - senza il sostegno del suo partner che anzi le chiede subito di abortire - cerca di informarsi e di capire cosa fare. Completamente da sola, per paura di ferire la sua famiglia che ancora oggi non sa nulla. «Ma tutto è stato molto veloce, troppo veloce.

Ho cercato su Google "aborto" e ho trovato il contatto di una ginecologa nella città di lui. Dopo due giorni avevo subito l’appuntamento. Mi ha chiesto: “Non è contenta vero?”. Ed io ho risposto: “No”. Dopo la visita, mi ha spiegato come funziona l’aborto farmacologico. Mi disse che avrei dovuto solo assumere delle pillole, poi avrei avuto una mestruazione più abbondante e sarebbe tutto finito subito. Addirittura ha aggiunto: “Se fosse mia figlia, gliela consiglierei”. Siccome ero al limite, mi disse che avrebbe fatto un foglio falso, essendo nell’ottava settimana». Natascia non immaginava tutta la sofferenza che l’aspettava e ancora oggi ripete che sapeva di fare un gesto terribile ma non aveva avuto abbastanza sostegno e tempo per pensarci bene.

La pillola ru486 e le tappe successive

«Non ho tutti ricordi nitidi. Ma ricordo che lui mi diceva che anche i suoi amici avevano fatto abortire altre donne, che l’embrione era un affare piccolissimo. E che non era niente. Io, avevo solo una grande paura che questo bambino sarebbe stato aggredito come era capitato a me». Una settimana dopo lei riceve il primo farmaco (la Ru486, o mifepristone) e poi torna a casa. Stava malissimo pensando che stava uccidendo suo figlio. Dopo due giorni, torna in ospedale, le danno altre due pastiglie.

Inizia a vomitare tantissimo. «Ho iniziato ad avere delle contrazioni dolorosissime – racconta con la voce rotta dall’emozione - continuavo a vomitare, i medici non mi davano nemmeno da bere, non mi han fatto le flebo, nulla. Mi hanno detto che se non avessi espulso il feto sarebbero dovuti intervenire. Verso sera, mentre ero in bagno è avvenuta questa espulsione. Ho visto quel sacchetto rosso e dentro c’era l’embrione. È stato orribile! Anche dopo. Il mio utero ci ha messo molto tempo per tornare alle dimensioni normali. Ho avuto anche problemi alla tiroide e pure un fibroma. Non so se sono collegati all’aborto ma prima stavo bene e poi per diversi mesi sono stata male fisicamente. Non può essere dato questo farmaco così in fretta, senza spiegazioni, come fosse una medicina per il mal di testa!»

Abortisti contro prolife

In queste settimane di pandemia, si sono moltiplicate le richieste di organizzazioni abortiste perché invece di assumere le pillole per abortire in ospedale, a rischio di contagio, alle donne sia garantito di usare le pillole che semplificano e rendono “facile” l’interruzione di gravidanza, a domicilio; estendendone l’assunzione fino alla nona settimana. Al tempo stesso si sono levate le voci delle organizzazioni che non ritengono un’emergenza, l’aborto a tutti i costi e a domicilio.

Anzi un pericolo anche per la salute della donna. In testa Pro Vita & Famiglia contrariata dal fatto che il Ministero della Salute abbia considerato le Ivg «prestazioni indifferibili» nella sua circolare del 30 marzo, recependo le indicazioni dettate il 13 marzo dall’Organizzazione mondiale della Sanità. E intanto gli ospedali smentiscono che i reparti di ostetricia siano usati per i pazienti covid o troppo spesso trasferiti, e questo blocchi le visite e le procedure per l’interruzione di gravidanza. È davvero un’emergenza per gli ospedali? Quante donne stanno richiedendo l’Ivg a domicilio?

Ru486, come funziona?

La procedura abortiva domestica prevede l’assunzione del mifepristone, uno steroide sintetico, entro la settima settimana di gravidanza. In un primo momento, l’assunzione di questa sostanza, che compete con il progesterone, impedisce che quest’ultimo agisca quindi comporta l’uccisione del bambino. Una seconda sostanza, assunta dopo due giorni, di solito il misoprostol, provoca contrazioni all’utero e causa l’espulsione del bimbo già morto. Non a caso viene chiamata “kill pill”, la pillola assassina.

Il prof. Giuseppe Noia, Presidente dell'Associazione italiana Ginecologi e Ostretrici cattolici e Direttore dell’Hospice perinatale presso il Policlinico Gemelli di Roma - intervenendo nel corso della diretta facebook promossa dal Comitato Sì alla famiglia di Modena e dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, lo scorso 28 aprile ha ben precisato che «l’aborto farmacologico non è facile. È un inganno che si risolva il problema “prendendo solo una pillola”… perché l’embrione è dentro al corpo e all’anima della madre. Proporlo come aborto facile è una banalizzazione. La scienza dovrebbe pure avere gli occhi della mente, della ragione, dell’intelligenza, proprio quelle menti mediche dovrebbero tutelare la salute delle donne».



Aborto, dolore della madre e sofferenza del feto?

Un altro tema sottovalutato troppo spesso è la cosiddetta “proporzionalità traumatica”. Si pensa che un piccolo embrione che muore è un piccolo trauma per la mamma. Dicono il contrario invece tanti studi e testimonianze di donne che hanno perso un figlio e non sapevano a chi rivolgersi per superare questa sofferenza. Se è ancora piccolo l’embrione, non cambia il dolore. «La donna soffre in funzione della perdita della presenza del figlio, che è un protagonista, è relazionato con la madre, fino al punto di essere un medico della madre perché manda cellule staminali che vanno a guarire patologie della madre, e che può essere curato in utero con moderne tecnologie». Per questo l’embrione è un vero e proprio essere umano.

Ma la scienza – secondo il professor Noia - non vuole vederlo. «Le contrazioni espulsive sono molto più dolorose perché la donna sa di abortire, è attrice e spettatrice del processo abortivo. Spesso le perdite ematiche continuano fino a 14 o addirittura fino a 28 giorni». Inoltre l’espulsione può avvenire ovunque, a casa, mentre si è in famiglia, in contesti di lavoro, per strada… Angoscia e paura che è maggiore se - nel 56% delle donne secondo il British Medical Journal – la donna vede l’embrione quando viene espulso. Favorire l’aborto farmacologico a casa perché andare in ospedale aumenta il rischio del contagio da coronavirus, dunque, non è affatto sicuro. La situazione è molto più grave se l’emorragia è continua e bisogna correre al Pronto soccorso. E comunque, come ha spiegato il medico del Policlinico Gemelli, bisogna in molti casi andare in ospedale per la “revisione”, per la verifica che tutto il materiale sia stato espulso. Per non dimenticare le complicanze nella fertilità: c’è un aumento di parti prematuri fino a 3 volte. Mancano supporti psicologici e ginecologi che spieghino con precisione alle donne cosa comporti un aborto farmacologico anche dal punto di vista fisico, a lungo termine, e psicologico. «Privare le donne dell’informazione equivale a rubare la loro salute, il loro corpo, il loro futuro e soprattutto la loro dignità. È un delitto contro l’umanità».

Ma nonostante non sia né facile, né indolore, né sicuro, il ricorso all’aborto farmacologico dal 2009 al 2016 è aumentato notevolmente. Eppure pochi giorni fa proprio dall’Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani era stata denunciata la necessità di favorirla ancora di più nei 21 servizi sanitari presenti in Italia, sostenendo che in Italia ha una diffusione molto bassa. «In tutti i Paesi in cui la Ru486 è in commercio viene utilizzata fino al 63esimo giorno (9 settimane), negli Stati Uniti fino a 10 settimane. Noi abbiamo chiesto di passare a 9 settimane e di incentivare la gestione ambulatoriale, che richiede uno sforzo organizzativo dei servizi del territorio, riducendo al minimo gli accessi della donna nella struttura». Si sottolinea che ai tempi del covid è ancora più complesso richiedere un aborto chirurgico anche per l’alto numero di obiettori di coscienza tra i ginecologi in Italia. Ma è proprio vero che il coronavirus ha aumentato il bisogno di un facile accesso alla Ru486?

Aborto, indietro non si torna

Secondo Enrico Masini, bioeticista della Comunità di don Oreste Benzi, il problema è a monte. Già nei consultori la donna non ha normalmente il tempo di riflettere, di scegliere. A volte non le si chiede nemmeno come si chiama. «Se per caso le scappa “non lo voglio”, immediatamente tutto è organizzato, tutto è pronto per mettere in atto questa sua volontà: se sarà alle prime settimane di gravidanza immediatamente le verrà proposta la pillola abortiva e se si avvicina alla settima settimana questo intervento potrebbe essere programmato addirittura nel giro di poche ore, perché la “soluzione” del problema gravidanza viene ritenuto prioritario e nel 30% dei casi ha caratteri di urgenza e passa davanti a tutti gli altri interventi».

Inoltre Masini ha sottolineato che «oltre i due terzi dei medici ginecologi, soprattutto quelli ospedalieri, hanno dichiarato di essere obiettori di coscienza». Allora c’è da chiedersi perché oggi c’è tanta attenzione per la diffusione della pillola abortiva e se non si rischi un ritorno alla clandestinità anziché andare alle radici della questione, dell’applicazione della legge 194, del supporto alle donne nel momento più delicato e difficile della loro vita e soprattutto di quella del proprio figlio.

 Pillole di vita

Ancora più chiaro il monito del Presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII, Paolo Ramonda, intervenuto nel corso della serata dedicata ai danni sulla salute psico-fisica delle mamme: «Dobbiamo chiedere ai nostri politici di avere il coraggio di fare delle leggi che tutelino piuttosto il diritto alla vita, che è il primo diritto senza il quale tutti gli altri diritti non possono esistere».

Un capovolgimento dei valori primari. Primaria e indifferibile dunque la vita più che la sua interruzione. Andrebbe infatti chiesto oggi più di prima, alle tante donne che restano nell’ombra e nel silenzio, se davvero potendo tornare indietro farebbero la stessa cosa e se hanno potuto trovare qualcuno a cui affidare la propria cicatrice psichica, il proprio malessere - come ha potuto trovare Natascia - per superare il trauma che ha segnato oltre al corpo e alla mente, anche il loro cuore. Cicatrice che nessuna pillola potrà mai “addolcire” in velocità.