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26 Agosto 2021
Ultima modifica: 27 Settembre 2021 ore 09:49

Ragazzini afgani accolti: si teme per i genitori

Comuni e prefetti si attivano. Boom di richieste di informazioni sull'affido familiare e l'adozione.
Foto di Amber Clay
L'areoporto di Kabul è nel caos. Per chi è già riuscito a fuggire, o per chi sta riuscendo a scappare all'ultimo minuto, nel mondo si mobilita la macchina dell'accoglienza. L'Europa ancora non ha scelto la risposta unitaria, ma centinaia di famiglie si muovono da sole. L'apprensione dei ragazzini accolti per le vicende dei loro familiari rimasti in Afghanistan.
Nemat e A., due ragazzini afgani accolti in italia da famiglie della Comunità Papa Giovanni XXIII, non potranno rivedere a breve i loro genitori e i familiari, rimasti in Afghanistan barricati in casa. Le esplosioni registrate poche ore fa all'aeroporto di Kabul hanno fatto precipitare la situazione e reso per loro impossibile trovare una via di fuga.

«I famigliari del nostro A. sono andati ieri all'aeroporto per cercare di entrare ma è stato impossibile entrare, troppo pericoloso. Sono stati minacciati con le armi perché si allontanassero; la mamma di 40 anni e la sorellina di 3 anni sono finite in ospedale per le botte ricevute nella calca e sono ricoverate; gli altri sono tutti chiusi in casa, nonostante noi abbiamo mandato tutti i documenti per cercare di farli evacuare», racconta Monica Zanni, che ospita A., diciottenne fuggito dai talebani nel 2019 e arrivato in Italia 3 mesi fa con uno degli ultimi corridoi umanitari.

«L'Europa avrebbe strumenti per accogliere»

In caso di afflusso massiccio di sfollati i Paesi europei possono concedere un permesso di soggiorno straordinario alle persone in fuga, accordandosi sulle modalità di ripartizione dei profughi e sulle modalità di finanziamento delle accoglienze. Lo prevede la direttiva 55 del 2001, che non richiede per entrare in vigore il parere favorevole dell'unanimità degli Stati, ma soltanto un voto di maggioranza.

«Questa direttiva è rimasta fino ad oggi solo sulla carta, ma potrebbe oggi costituire un perno centrale con il quale l'Europa potrebbe rispondere all'emergenza Afghanistan».

È il parere di Filippo Miraglia, dirigente nazionale Arci e portavoce del Tavolo Asilo Nazionale, che raccoglie i coordinamenti delle principali realtà associative italiane impegnate nell'accoglienza: «L'Europa decida se fare la propria parte, se seguire la sua pancia più razzista o tornare a essere protagonista nel mondo», ha dichiarato intervistato da Radio Rai.

In Italia boom di disponibilità per i profughi in fuga

Intanto, mentre un accordo fra gli Stati europei per la redistribuzione dei profughi afgani sembra essere sempre più un miraggio, il Ministero dell'Interno italiano ha diffuso una circolare disponendo l'attivazione dei prefetti per attivare percorsi di accoglienza e garantendo finanziamenti per le strutture già previste dal SAI (Sistema di Accoglienza e Integrazione ).

Anche i comuni possono attivare percorsi se hanno progetti SAI attivi o se si mettono in rete con comuni limitrofi. Per quanto riguarda l'accoglienza da parte di cittadini e famiglie, il Ministero scrive: «Potrà essere svolto a livello territoriale, anche in raccordo con i Sindaci, ogni opportuno approfondimento al fine di valutare l’eventuale forma di coinvolgimento ritenuta idonea».

L’Italia al 23 agosto aveva già evacuato da Kabul (dati del Ministero della Difesa riportati da rappresentanti del Tavolo Asilo Nazionale) 3.350 cittadini afgani, di cui 2.247 negli ultimi 10 giorni (667 minori, 547 donne).

Migliaia di persone, famiglie e comuni cittadini, rimaste sgomente di fronte alle immagini provenienti dall'Afghanistan e rilanciate dai media, cercano su google come dare disponibilità ad accoglierli, non appena i migranti in fuga avranno terminato la quarantena nelle strutture individuate dai Prefetti. La pagina sui corridoi umanitari di Semprenews ha registrato oltre 15.000 accessi in un giorno.

Sono oltre un centinaio le disponibilità per l'accoglienza di minori o mamme con bambino già raccolte dalla Comunità Papa Giovanni XXIII; molte persone che vorrebbero ora aprire le porte di casa non si erano mai interrogati prima sulle possibilità di accoglienza di minori stranieri non accompagnati e sui percorsi di formazione all'affidamento familiare.

«Io e la mia famiglia siamo stati colpiti al cuore dalla situazione afgana», ha scritto una madre all'associazione. Un'altra: «Io pensavo di accogliere un minore perché vorrei che nostro figlio capisse quanto è fortunato ad essere nato in un Paese civile, dove si puo studiare, incontrare amici, vivere serenamente».