Amini Home, a Nairobi in Kenya, è una casa che accoglie donne vittime di tratta per donare loro un futuro migliore. Come ha fatto Elisabeth: è sempre possibile sfuggire alla spirale di disperazione, basta crederci.
«Oggi è un giorno davvero speciale. Non perché tutto sia diventato improvvisamente facile, ma perché voi avete scelto di non arrendervi quando la vita vi ha dato ogni ragione per farlo. Oggi celebriamo i vostri diplomi, ma più di questo celebriamo la vostra scelta. La scelta di guarire. La scelta di imparare. La scelta di credere che la vita può essere diversa.»
Lo scorso 17 dicembre, si è aperta così
a Nairobi, in Kenya, la cerimonia di
consegna dei diplomi a 22 donne vittime della tratta seguite dall'
Amini Home: una realtà di accoglienza gestita dalla Comunità Papa Giovanni XXIII in uno dei quartieri periferici più difficili della capitale che offre percorsi per crescere come persone, lavoratrici e mamme.
La dignità che riparte dal lavoro
Un traguardo importante – reso possibile grazie al sostegno di
numerosi donatori, tra cui la Regione Marche – che permetterà loro di accedere al mondo del lavoro nei settori in cui si sono formate nel corso del 2025: dalla sartoria al catering, dai servizi di bellezza alla produzione di sapone.
«Non è stato un anno facile», racconta
Lorenzo Reggiani, giovane volontario che vive all’Amini Home, condividendo con loro la quotidianità fatta di gioie e fatiche. «Ognuna portava con sé una storia di abusi, abbandoni e solitudine. Eppure, nonostante il peso del passato, ci hanno ricordato che la vita è più forte di tutto. Che, se si prova davvero, non importa da dove si parte: ciò che conta è ciò in cui si decide di credere.»

Foto di Archivio Condivisione fra i Popoli

Foto di Archivio Condivisione fra i Popoli

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Staff di Amini Home, a Nairobi in Kenya, progetto portato avanti dalla Comunità papa Giovanni XXIII
Foto di Archivio Condivisione fra i Popoli
La storia di Elizabeth: il riscatto che è sempre possibile
Basta crederci. È questo il messaggio che anche
Elizabeth ha voluto lasciare dal palco, stringendo tra le mani il suo diploma.
La sua è una delle storie più complesse incontrate dagli operatori negli anni.
È diventata mamma proprio mentre stava per intraprendere la vita religiosa. Il suo caso è finito in tribunale e lei, in cerca di serenità, ha lasciato la casa materna per trasferirsi da una zia.
Qui non ha però ricevuto il conforto che sperava. È iniziata così una
spirale di solitudine e dipendenza dall’alcol, culminata con la scelta di andare a Nairobi, dove ha iniziato a lavorare nei club.
Nel tempo, anche il figlio è stato progressivamente allontanato, passando da un parente all’altro. Più cresceva la distanza dal bambino, più Elizabeth cercava rifugio nell’alcol.
Quando gli operatori dell’Amini Home l’hanno incontrata, l’hanno subito accolta, ma il percorso non è stato semplice. Elizabeth scappava spesso, tornando a bere. Finché un giorno è stata ritrovata in condizioni gravissime in un club: da lì, qualcosa è cambiato.
Dopo aver recuperato la salute fisica, ha deciso che non sarebbe mai più tornata nei club né all’alcol. Da 6 mesi ha iniziato la sua nuova vita.
Grazie al percorso di formazione è diventata un’abile sarta e oggi rappresenta un punto di riferimento per le nuove arrivate, soprattutto per le donne che affrontano difficoltà simili alle sue.
Sta risparmiando per acquistare animali da allevamento e pensa al futuro di suo figlio: sogna per lui una buona scuola e, se lo vorrà, l’università.
«Storie come questa ci dimostrano che il riscatto è possibile», conclude Lorenzo, «La speranza, spesso, è tutto ciò che abbiamo, ma è anche ciò che ci permette di andare avanti. Perché solo continuando a sperare si possono raggiungere le vette più alte. Soprattutto per le donne che incontriamo lungo il nostro cammino e che diventano parte della nostra storia.»