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8 Febbraio 2021
Ultima modifica: 8 Febbraio 2021 ore 13:23

Santa Giuseppina Bakhita

Rapita a 7 anni, venduta come schiava, torturata. Poi viene liberata e diventa una suora canossiana. È la protettrice delle vittime di tratta.
«Non è bello quello che pare più bello, ma quello che vuole il Signore»
Nasce nel 1869. Vive a Olgossa, in Sudan, con i genitori. Viene rapita all’età di 7 anni per essere venduta come schiava. Trasferita a Khartoum, viene arabizzata e le viene imposto il nome di Bakhita (fortunata).
La giovane schiava cambia padrone 5 volte e sperimenta indicibili sofferenze fisiche e morali: frustrate, ferite aperte su cui viene strofinato il sale, maltrattamenti e angherie. Viene riscattata dal console italiano a Khartum, Callisto Legnani che la offre all’amico veneziano Augusto Michieli. Questi la lascia libera e nel 1890 Bakhita riceve il nome di Giuseppina durante il battesimo e riceve anche la cresima.
Il 7 dicembre entra come novizia tra le figlie di S. Maddalena di Canossa e nel 1896 fa la sua professione religiosa. Nel 1902 entra in convento a Schio (VI) dove presta servizio prima come cuoca, poi in sacrestia e quindi come portinaia. Muore a Schio l’8 febbraio 1947.
Elevata agli onori degli altari il 1 ottobre 2000 da Giovanni Paolo II, la si festeggia il giorno della sua nascita al cielo, l'8 febbraio.

Protettrice degli schiavi e delle vittime di tratta

Un giovane chiese a Bakhita: «Cosa farebbe se incontrasse i suoi rapitori?». Senza un attimo di esitazione rispose: «Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita, e anche quelli che mi  hanno torturata, m’inginocchierei a baciare loro le mani perché se non fosse accaduto ciò, non sarei ora cristiana e religiosa».
Giuseppina viveva alla lettera quanto scritto da san Paolo: «Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rom 8,28); guardava e vedeva le misteriose vie della Provvidenza di Dio e in tutto lodava la Sua misericordia. Con la sua testimonianza di fede semplice e coerente fu vera evangelizzatrice.
Con la sua umiltà, il suo costante sorriso, e la preghiera intensa per quanti aveva lasciato in Africa e per quanti incontrava nel suo cammino, specialmente i piccoli, i poveri, i sofferenti, dimostrava il suo profondo desiderio di far conoscere a tutti il Signore. Avrebbe voluto tornare in Africa per realizzare meglio questo suo desiderio, ma è la sua vita santa a renderla ancora oggi stimolo di conversione per la sua gente. Bakhita infatti è la prima santa del Sudan e la prima donna africana a salire sugli altari senza essere martire.
Da schiava aveva conosciuto innumerevoli ed inimmaginabili sofferenze, ma la libertà che Giuseppina cercava e viveva era quella dello Spirito, che le faceva ripetere in continuazione: «Come vòl el Paron» cioè «Come desidera il Signore».
Un sacerdote per metterla alla prova un giorno le chiese: «Se nostro Signore non la volesse in paradiso, che cosa farebbe?». E lei tranquillamente: «Mi metta dove vuole. Quando sono con Lui e dove vuole Lui, io sto bene dappertutto. Lui è il padrone, io sono la sua povera creatura».
Di fronte al mondo di oggi che proclama la libertà di far quel che si vuole, ma che non è mai soddisfatto ed è  sempre alla ricerca del potere, del possesso, dei piaceri, Bakhita, l’ex schiava,  fa comprendere che chi si allontana da Dio si rende schiavo del proprio io e delle proprie passioni, mentre nell’obbedienza a Dio tutta la vita diventa un canto d’amore, di libertà, di gioia.