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21 Maggio 2021
Ultima modifica: 21 Maggio 2021 ore 09:31

Ragazzini tornano a vivere, grazie ai corridoi umanitari

Storie di violenza e di speranza. Si cercano ancora famiglie disponibili ad accogliere i profughi di Lesbo.
Foto di Paolo Pizzuti
Alcune famiglie italiane hanno dato la disponibilità ad accogliere alcuni giovani profughi in fuga da guerra e persecuzioni. Poco più che bambini; fra loro c'è anche una mamma con il bimbo di un anno.
Sono partiti da bambini. Sono arrivati poco più che maggiorenni. Sono sbarcati lunedì 17 maggio a Fiumicino 40 profughi dalla Grecia, attraverso i corridoi umanitari realizzati grazie al  protocollo firmato da Comunità di Sant’Egidio e Ministero dell’Interno. Fra di loro erano 13 i minorenni. In tutto 300 persone transitate per l'isola di Lesbo verranno accolte in Italia nel 2021; ne sono arrivate finora 70.

Le violenze ed il viaggio da soli

«Mi sono legata da morire, anche troppo», racconta Fabiola Bianchi, della Comunità Papa Giovanni XXIII, che ha svolto le interviste formali ad Atene previste prima della partenza.
 
Appena i ragazzini che Fabiola aveva conosciuto sono arrivati a Roma, li ha chiamati, adesso li sta sentendo tutti i giorni. L'Associazione di Don Benzi seguirà l'accoglienza dei giovani che hanno chiesto di poter essere accolti in una famiglia.
 
«Sono storie che tolgono il fiato — si sfoga Fabiola — ho conosciuto ragazzini che sono stati abusati, ragazzine trafficate; alcuni hanno subito torture, di alcuni sono stati rapiti i familiari. Ho conosciuto un papà che ha perso la moglie a Lesbo e che nel campo profughi è rimasto da solo coi figli piccoli; rispetto ai ragazzi appena arrivati in Italia devi sapere che nei colloqui qui in Grecia hanno raccontato tutto, nei dettagli, più di quello che diranno in Italia: in qualche modo è la loro supplica di salvarli, di tirarli fuori da qui, dai campi profughi e dalle case di prima accoglienza».
 
La lista che indica chi può partire e chi no alla volta dell'Italia e di altri Paesi arriva di volta in volta dall'Ufficio Europeo di Sostegno per l'Asilo (EASO).
 
Il nome di un giovane bengalese era sul foglio: aveva lasciato il suo Paese quando aveva 15 anni dopo aver perso tutta la sua  famiglia; ha viaggiato a piedi, in macchina, in  autobus passando per India, Pakistan, Iran e Turchia. Da qui è arrivato da solo a Lesbo.

Fabiola Bianchi con Nico, ragazzo accolto, nella campagna greca
Fabiola Bianchi con Nico, ragazzo accolto, nella campagna greca
 
Fabiola vive quotidianamente esperienze di accoglienza di questo tipo nella sua casa famiglia ad Atene: «In questo momento questi ragazzini stanno subendo uno stress emotivo impressionante: smettono di preoccuparsi di sopravvivere alle violenze e alla fame; riaffiorano d'improvviso in loro tutti i sospesi sepolti nel cuore per anni. Tornano la grande solitudine, la paura, la nostalgia di casa. Hanno trascorso anche 5 o 6 anni in viaggio: arrivano da noi adolescenti, ma son partiti da bambini. Ora arriva loro addosso tutto insieme; devono fare i conti con la realtà ed elaborarla, cercando intanto di inserirsi in un Paese di cui non conoscono la cultura, la lingua, la religione. Però è una fase bella perché tirano il fiato, per un istante sono felici. Sono dei ragazzini».

L'accoglienza in areoporto e poi la quarantena

Allo sbarco un gruppo di ragazzi è stato accolto in aeroporto da Paolo Pizzuti, volontario della Comunità, che li ha poi portati in auto fino alla provincia di Rimini. Qui dovranno vivere un periodo di quarantena obbligatoria per rispondere alle disposizioni anti-Covid. «Sono arrivati molto provati — conferma Stefano Paradisi, responsabile di zona dell'associazione — un ragazzino alla sera ha avuto un crollo psicologico».
 
«Io e Christopher, un altro volontario, dovevamo solo andarli a prendere a Roma — spiega Paolo — ma poi abbiamo deciso di rimanere in contatto con loro. Ora cerchiamo di tenere un rapporto visto che siamo le prime persone che hanno incontrato appena scesi dall'aereo. Lunedì li abbiamo accompagnati, piuttosto disorientati, in una camera d'albergo: da qui non potranno uscire fino alla fine del mese».
 
«Ieri ed oggi li ho visti più tranquilli — continua Paolo —, la prima stanchezza è passata. Un ragazzino ci ha chiesto una chitarra per suonare, un altro un libretto per imparare l'italiano. Parliamo con loro dalla finestra o sull'ingresso della stanza, in inglese o con l'aiuto di interpreti dell'associazione».

Il ragazzino fuggito dalla guerra

Monica Zanni, mamma di casa famiglia, accoglierà un ragazzino afgano di 19 anni fuggito dalla guerra, ed è venuta a conoscerlo: «Appena l'ho visto, mi ha commosso. Ha detto ad un volontario: "questa è la mamma". Gli brillavano gli occhi, sprizzava gioia da tutti i pori, a tal punto da farmi provare un senso di colpa. Viviamo una grande mancanza di consapevolezza per il bene gratuito che noi in Italia abbiamo. Lui era tutto eccitato, al pensiero di venire a conoscere me e mio marito Luca; mi ha chiesto se da noi potrà continuare a suonare la chitarra. Robustissimo e molto sveglio, si è costruito degli elastici con della gomma per potersi allenare al chiuso della sua stanza d'albergo».
 
La famiglia di Monica aveva dato disponibilità 6 mesi fa ad accogliere il ragazzino, senza conoscerlo prima, attraverso i corridoi umanitari. Ora conta di accompagnarlo fino all'autonomia: «Qui in periferia — racconta — le possibilità di trovare un lavoro in una fabbrica, nell'agricoltura o nelle cucine non mancano».

La mamma sola

E poi c'è una mamma di 31 anni, arrivata con il suo bambino piccolo nato durante il suo viaggio di fuga dal Camerun. La coppia è arrivata per la quarantena fino a Bologna; sarà accolta, dal 29 maggio, in una casa famiglia della Puglia.
 
Lucia Stefano la sta aspettando: «Abbiamo saputo del suo sogno di continuare a studiare. Potremo inserire il suo bimbo all'asino nido per aiutarla nel realizzarlo».
 
Cristiana, emigrata per discriminazioni dovute alla religione, era stata messa in contatto da una vicina di casa con i trafficanti di esseri umani che l'hanno fatta uscire dal Paese. Il padre del bambino ad Istanbul l'ha lasciata.
 
«Ha studiato antropologia nel suo paese — spiega Lucia — e ci potremo capire parlando in francese. Creeremo insieme quel rapporto bello che nasce in famiglia; era stata lei a chiedere un'accoglienza di questo tipo».
 
All'inizio i due condivideranno la camera con un'altra ragazza, poi si vedrà: «Potrà restare con noi fino a quando non avrà trovato la sua strada», sorride Lucia.

Si cercano famiglie disponibili ad accogliere

Caterina Brina fa parte del tavolo di coordinamento attivato dalle realtà che cooperano nella realizzazione dei corridoi umanitari, coordinato dalla Comunità di S.Egidio. Lei spiega come fare ad accogliere in famiglia i minori e i giovani provenienti dai corridoi umanitari. L'associazione di Don Benzi viene interpellata per l'accoglienza di minori (dai 16 anni), di giovani maggiorenni (18-20 anni), di mamme con bambino o di situazioni di particolare necessità.
 
Profughi siriani si abbracciano all'aeroporto di Fiuminino, Roma
Arrivo dei corridoi umanitari nel 2020 a Fiumicino
Foto di ANSA/Telenews
«C'è moltissima richiesta di famiglie disposte ad accogliere, un bisogno grande. I minori possono partire solo se si è già trovata una famiglia dove andranno a stare, altrimenti restano dove sono».
 
È possibile chiedere informazioni scrivendo via Facebook o via Whatsapp.
 
«L'accordo con il ministero — continua Caterina — chiede l'apertura di un'istruttoria da parte del servizio sociale del comune sul cui territorio si vuole iniziare ad accogliere. Ai comuni questo non comporta un costo ed in genere questo non è un problema, perché dà lustro all'ente pubblico.
 
I maggiorenni possono essere accolti in comunità o in strutture autonome; i minori vengono inseriti in famiglie del cui operato si deve fare garante la Comunità Papa Giovanni XXIII. Il protocollo con il Ministero prevede che l'accoglienza avvenga a costo zero per le istituzioni italiane: il tavolo di coordinamento si fa carico di questo aspetto accedendo ad esempio a fondi europei.
 
«Ci sono famiglie disposte ad accogliere che si sono formate attraverso i corsi per l'affidamento familiare, oppure che costruiscono con noi dei percorsi, per camminare insieme», conclude.