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30 Aprile 2026

Europa: senza consenso è stupro. E l'Italia resta indietro

Europa: senza consenso è stupro. E l'Italia resta indietro
Foto di Long Nguyen from Pixabay
Dal voto di Strasburgo al DDL Bongiorno: tra diritti, ambiguità e riforme contestate, si apre un disallineamento che Roma non potrà ignorare
Non è più solo una questione giuridica. Non è nemmeno soltanto una questione politica. È, prima di tutto, una questione di civiltà. Che cosa intendiamo quando parliamo di dignità, libertà, autodeterminazione. Di quanto le nostre democrazie europee siano davvero coerenti con i valori che proclamano: rispetto della persona, uguaglianza sostanziale, tutela dei diritti fondamentali.
Il Parlamento europeo ha votato a larga maggioranza – 447 sì – una risoluzione che invita a superare l’idea che basti accertare la violenza o la resistenza. (https://www.europarl.europa.eu/news/it/press-room/20251106IPR31291/pe-chiede-una-definizione-di-stupro-basata-sul-consenso-nella-legislazione-ue ) Non è più sufficiente chiedersi se qualcuno si sia opposto.  Da Strasburgo arriva un messaggio netto: il silenzio non equivale automaticamente a adesione, la mancata reazione non può essere letta come accettazione, e nemmeno un rapporto pregresso può trasformarsi in una presunzione di disponibilità. Senza un sì esplicito, non c’è consenso. E senza consenso, è stupro. Il Parlamento ha ora formalmente esortato la Commissione Europea a presentare una proposta legislativa dedicata per rendere questa definizione obbligatoria in tutta l'Unione.

Il silenzio non è adesione

È finalmente siamo al cambio di prospettiva. Un passaggio che segna una linea netta tra due visioni.
Da una parte, quella che continua a interrogarsi su quanto una vittima abbia resistito, su quanto abbia detto no, su quanto quel no sia stato visibile, dimostrabile, documentabile. Dall’altra, quella che prova a guardare alle condizioni reali in cui si forma una volontà: paura, pressione, asimmetrie, contesto.
Perché il silenzio non è automaticamente adesione. La paura può immobilizzare. Il corpo può reagire bloccandosi. E questo non rende meno reale la violenza. Significa spostare il fuoco: non più sulla performance della resistenza o della difesa, ma sulle condizioni in cui una libertà può dirsi autentica. Il tema è profondamente politico — e profondamente europeo.
Mentre l’Europa ridefinisce i criteri con cui si valuta la libertà nelle relazioni più intime, alcuni Paesi restano ancorati a un’impostazione che continua a mettere al centro la violenza come elemento decisivo del reato. Tra questi, c’è anche l’Italia.

Il caso italiano

Ed è proprio in Italia che il dibattito si era riacceso attorno al cosiddetto DDL Bongiorno, che avrebbe dovuto rappresentare un punto di svolta e che invece, nella sua riformulazione, appariva ed appare in evidente disallineamento rispetto alla Convenzione di Istanbul e all’attuale indirizzo europeo (ne avevamo già scritto qui: https://www.semprenews.it/news/Ddl-stupri-il-consenso-cancellato-cosi-la-riforma-segna-un-passo-indietro.html).
Ma a questo punto il quadro cambia. Perché dopo la presa di posizione europea, quel disallineamento non è più solo una criticità interna. Diventa una frattura rispetto a un orientamento politico e giuridico che sta prendendo forma a livello sovranazionale. E la questione smette di essere rinviabile.
L’Italia sarà inevitabilmente chiamata a confrontarsi con questo passaggio. Non solo per coerenza formale con gli indirizzi europei, ma per una questione sostanziale di credibilità democratica. Restare ancorati a formulazioni che spostano il peso sulla reazione della vittima significa esporsi sempre di più a una contraddizione discriminatoria. Significherà, prima o poi, abbandonare riforme che guardano indietro più che avanti. E riconoscere che la tutela della libertà personale non può essere costruita su ambiguità o presunzioni, ma su una lettura più realistica — e più esigente — dei rapporti di potere, delle condizioni e dei limiti entro cui una volontà si forma.

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