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13 Agosto 2019

Il Vangelo secondo Giovanni Berti

Le vignette di don Giovanni Berti detto Gioba nascono preparando le prediche domenicali. Ecco come vede la Chiesa e il Vangelo un prete vignettista.
Ha iniziato a realizzare vignette tra i banchi di scuola per spezzare la noia di alcuni professori, facendone caricature. Ora, da sacerdote, questa sua abilità è un modo originale per annunciare il Vangelo.
Don Gioba lo conoscono tutti per le sue vignette. Dai commenti ai Vangeli alla lettura dei fatti quotidiani, puntualmente le sue vignette pubblicate sul suo Blog e sui social fanno discutere. Qualcuno lo ha anche bollato di blasfemia ma non è certo sua intenzione, casomai è un modo per trasmettere «la potenza del Vangelo, comunicare un messaggio di una forza incredibile». Lui assicura: «Tutto è fatto per amore».

Con il meglio delle sue vignette è uscito un libro: Nella Vignetta del Signore. Il Vangelo disegnato con il sorriso, scritto con Lorenzo Galliani, editrice Ancora, 2019.

L'ho incontrato nel 2016 in occasione della pubblicazione di alcune sue vignette in The Peace Diary (sempre editore), 7 parole per la Pace: una guida per adolescenti e giovani in cammino. Gli ho fatto una lunga intervista.

Don 
Giovanni Berti, in arte Gioba, era arrivato da 6 mesi a Moniga del Garda, provincia di Brescia, diocesi di Verona,. nella parrocchia che il Vescovo gli aveva assegnato. Una vista incantevole sul lago di Garda. Lì lo sguardo corre lungo la costa Sud: Desenzano, Sirmione, Peschiera... 
Di fronte alla canonica, c'è l'antico mastio del castello, costruito nel decimo secolo come difesa dagli Ungari, oggi torre campanaria. «Da qui posso azionare le campane con un congegno elettronico – ci racconta don Giovanni –».
Adesso ha imparato, ma appena arrivato gli è successo un guaio: «Dovevo programmare uno scampanio di 1 minuto e 15 secondi, invece ho programmato un'ora e 15 minuti. Le campane sono partite all'impazzata e non riuscivo più fermarle. Un momento da panico» – racconta sorridendo. Don Giovanni è fatto così. Gli piace sdrammatizzare e ironizzare su cose che altri prendono troppo sul serio. «D'altronde vengo da una famiglia in cui l'allegria era di casa». Papà, mamma e tre sorelle oggi sposate. Lui invece ha scelto un'altra strada.

Chi è don Giovanni Berti

Vignetta don Giovanni versione rock
Giovanni Berti nasce il 2 luglio del 1967 a Bussolengo VR. Impara a disegnare da autodidatta. Ha tre sorelle, maritate con prole. Dopo il Liceo scientifico, a 19 anni, entra in seminario a Verona. Pensava di fare architettura o l'Accademia delle belle arti, invece «il Signore – dice – per salvare l'architettura e l'arte, mi ha chiamato». A 25 anni diventa sacerdote. È parroco a Moniga del Garda (BS).


Avrebbe fatto il Liceo artistico, ma i suoi lo hanno indirizzato allo scientifico, ipotizzando uno sbocco successivo in architettura. Ma alcune lezioni erano decisamente noiose, così l'alunno Giovanni si dilettava a tracciare vignette sul diario, come quella della supplente di inglese, che dopo qualche ora di lezione era in preda all'isterismo e i capelli sparati in aria, o quella di matematica che prendeva di mira il “secchione” della classe, perché a volte ne sapeva più di lei. Vignette che poi faceva girare tra i compagni raccogliendo qua e là i loro commenti, una sorta di pre-social.

Ci fa accomodare nei divanetti del suo studio in canonica. Il computer con due schermi ci guarda, gli serve anche per colorare le sue vignette. Ma è alla sua grande scrivania, disseminata di fogli, matite e altro, che nascono i suoi lavori, non solo artistici ma anche pastorali.
Qualche vignetta fa capolino tra i tanti libri dove non  può mancare l'ultima esortazione apostolica “Amoris Laetite” di Francesco, il Papa.

Perché hai iniziato a disegnare?
«Era un gioco. Un modo per rappresentare le cose che mi passavano per la testa, frutto soprattutto della fantasia. Spesso anche fotografavo per i particolari che ad occhio nudo sfuggivano».

Chi sono state le prime vittime?
«I professori a scuola. Fare le loro caricature era un modo per sopravvivere alla noia. Facevo un diario che si potrebbe considerare una sorta di pre-social. Ogni tanto spariva e girava per la classe. Poi mi tornava arricchito dai contributi di altri».

Come rappresentavi i professori?
«Non sono un caricaturista. Più che puntare sull'aspetto, rappresentavo alcuni modi di fare».

Tra una vignetta è l'altra hai pensato di fare il prete. Come mai?
«Non ho pensato di fare il prete. Ho vissuto quella che chiamerei una crescita spirituale. In quinta superiore ho sentito il desiderio di interrogarmi su una vocazione specifica. Avevo un amico seminarista e ho deciso di entrare anch'io in seminario. Lui mi diceva: “Se uno è troppo prete prima di entrare in seminario, è meglio che si fermi”».

Curiosità o ricerca di benessere?
«Direi: bisogno spirituale di cercare la mia strada. A distanza di 23 anni sono contento di questa scelta. La curiosità è che l'amico seminarista invece, è poi uscito dal seminario e ha sposato mia sorella».

Anche in seminario hai coltivato la tua passione?
«Sì. Usavo la bacheca comune dove attaccavo le mie vignette. La satira aiuta a smitizzare la figura dell'autorità. Prendevo in giro il rettore e il vicerettore, ma in modo simpatico, per avvicinarsi, non per allontanare.

A che età sei diventato sacerdote?
«25 anni».

Si può scherzare su Gesù?

Vignetta dialogo tra le tre Marie


Qual è oggi la tua fonte d'ispirazione?
«L'ambiente che frequento. Prendo spunto anche dal Vangelo e cerco di rileggerlo in maniera ironica, per guardarlo in maniera simpatica. Sul Vangelo le mie vignette hanno un taglio ironico. Quando parlo della chiesa faccio anche delle punzecchiature».

Che tipo è per te Gesù?
«Noi abbiamo l'accesso a Gesù attraverso la mediazione dei primi testimoni. Loro hanno avuto un rapporto con Lui umanamente molto bello. Io Gesù lo sento così. Grazie al Vangelo lo percepiamo non solo come vero Dio, ma anche come vero uomo, con tutta la sua umanità. E quando vedo delle belle persone sul piano umano, vedo in loro i riflessi di Cristo. Gesù sfida anche le consuetudini del tempo per prendersi cura della persona. Per questo mi piace».

Ogni domenica una vignetta coglie l'essenza del Vangelo del giorno che poi pubblichi sul tuo blog. Si può scherzare su Gesù? Non si rischia di banalizzare?
«Il Vangelo stesso ha elementi dissacranti. Gesù era un grande dissacratore. Alcuni biblisti fanno notare che sembrava guarisse apposta di sabato, proprio per rompere le consuetudini».

È un modo di evangelizzare?
«Il mio blog è fatto di vignette per esprimermi in maniera ironica. Ma è anche un modo per prepararmi per tempo alla spiegazione della parola, che per me è il compito primario. Cercare immagini, esempi, essere sintetici...».

Ma a volte prendi in giro anche certi aspetti della Chiesa...
«Qualcuno si è anche arrabbiato. Magari qualche volta avrò esagerato. Però Gesù le bastonate più forti le dava ai suoi amici, per aiutarli a crescere. Non sono spinto da anticlericalismo».

Anche Papa Francesco interviene con forza sulla Chiesa.
«Sta facendo un'azione bellissima, sta cambiando la percezione che la gente ha della Chiesa. Del resto solo i dogmi rimangono, tutto il resto può essere rivisto. Una Chiesa in trincea non serve a niente. È bellissima l'immagine della Chiesa come ospedale da campo. Gesù prima incontra, e poi questo genera il pentimento, non il contrario».

Il blog a chi è rivolto?
«Sono partito con il blog, poi ho iniziato ad usare i social, e questo allarga l'area della comunicazione. È bello per me quando qualcuno scrive, commenta, anche magari dicendo che la pensa in maniera diversa. Non è facile accettare le critiche ma è importante nella comunicazione».

L'incontro con Operazione Colomba. Come è avvenuto?
«Nel 2012 durante un pellegrinaggio con i giovani siamo stati ad At Tuwani, nel villaggio palestinese nelle colline a Sud di Hebron, ad incontrare i volontari di Operazione Colomba (Corpo non violento di pace). Mi ha colpito il fatto che una comunità, a carattere fortemente religioso come la Papa Giovanni XXIII, abbia un aggancio con giovani, magari anche lontani dalla Chiesa, attraverso il tema della pace».

Che ne pensi della pace?
«Sulla pace non posso stare in pace. Essere persone di pace vuol dire impegnarsi, anche indignarsi. Gettare ponti anziché costruire trincee significa crederci, avere fede. Queste persone mi aiutano nella mia fede».

Hai punti di riferimento come vignettista?
«I Peanuts, Charlie Brown: mi piace il tratto semplice e il sarcasmo che lo caratterizza. Di Vauro mi piace la sintesi. Fare una battuta vuol dire avere una estrema capacità di sintesi. L'aspirazione è dire qualcosa di grande, che faccia riflettere, con il minimo di parole».

Evangelizzare con il sorriso

Vignetta dialogo tra due sacerdoti


Progetti?
«Il mio progetto è fare bene il parroco».

«Anche in questo servizio usi le vignette?
«Di solito le metto in fondo alla Chiesa. Però, anche durante la predica, cerco di comunicare per immagini attraverso le parole. L'incontro intimo con il Signore non è programmabile. Io sento che mi parla, ma bisogna prepararsi all'ascolto. A me aiuta molto la parola di Dio. Vorrei che tutti prendessero il gusto della Parola di Dio».

Cosa si aspettano oggi da te come sacerdote?
«Di essere aiutati a credere. Un pastore dovrebbe aiutare tutti a trovare nel Vangelo qualcosa per cui vale la pena spendere la vita. Far sapere che si può vivere tutto con lo spirito del Vangelo».

Ti senti più prete o un vignettista?
«Decisamente prete. Uno è prete prima di tutto come essere umano. Io mi firmo Giovanni don, perché prima di tutto c'è la persona. Fare vignette è una mia caratteristica, altri ne hanno altre. È bello che ognuno metta nel suo essere prete le sue caratteristiche, la sua umanità».