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16 Aprile 2020

Il coronavirus ha bloccato il Servizio civile?

Il 20 febbraio scorso la Comunità Papa Giovanni XXIII ha attivato 119 volontari di servizio civile in Italia e altri 50 caschi bianchi per progetti all'estero. Che ne è stato di loro durante l'epidemia Covid-19?
In un primo momento i volontari sono rimasti in permesso straordinario, ora invece i progetti vengono rimodulati per rispondere alla sfida: difendere la Patria difendendo i più fragili.

Il 20 febbraio scorso la Comunità Papa Giovanni XXIII ha attivato 119 volontari di servizio civile in Italia e altri 50 caschi bianchi per progetti all’estero. Proprio in quei giorni il virus Covid-19 iniziava a diffondersi e già il 25 febbraio venivano pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale le ordinanze di alcune Regioni con «misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica». Alcuni dei giovani selezionati per il servizio civile universale si erano trasferiti lontani da casa, alcuni anche in Regioni diverse dalla propria. Cos’è successo ai volontari che avevano appena iniziato a svolgere il proprio servizio civile? Qual è il destino dei progetti pensati per l’esperienza di questi giovani? Lo abbiamo chiesto a Laura Milani, coordinatrice responsabile del servizio civile universale per la Apg23.

Che ne è stato dei giovani che avevano iniziato il servizio civile?

«Innanzi tutto bisogna distinguere tra estero e Italia, perché ci troviamo di fronte a situazioni un po’ diverse. In Italia la situazione ha avuto diversi risvolti, a seconda della zona in cui si trovavano i giovani. Tutti i volontari sono entrati in servizio il 20 febbraio: tutti hanno partecipato a qualche giornata di formazione e diversi di loro avevano iniziato il loro servizio nelle strutture di accoglienza in cui dovevano prestare servizio.
Alcune Regioni sono state colpite fin da subito e quindi fin dal 24 febbraio abbiamo dovuto sospendere una decina di ragazzi che facevano servizio in Lombardia, vicino a Piacenza e Crema, e in Veneto vicino a Vo’ Euganeo. Tutti gli altri hanno continuato il loro servizio, ma nelle settimane successive, man mano che la situazione si aggravava, abbiamo sospeso altri volontari per vari motivi (ad esempio chi aveva un parente in attesa di tampone per Covid-19).»

Il servizio civile durante il lockdown

Poi è arrivato il Decreto #Iorestoacasa del 9 marzo…

«Esatto, quindi dal 10 marzo tutti i volontari in Italia sono stati sospesi e sono entrati in permesso straordinario.»

Che cosa significa “permesso straordinario”?

«Permesso straordinario vuol dire che i ragazzi risultano ancora in servizio, ricevono il loro contributo, però si stanno avvalendo dei permessi straordinari legati all’emergenza Covid-19.»

«Quindi il virus ha provocato la sospensione dei progetti di servizio civile?»

«Solo temporaneamente. Verso fine marzo ci siamo accorti che la situazione di emergenza non sarebbe stata passeggera e abbiamo iniziato a riflettere sulla possibilità di coinvolgere i volontari nell’emergenza Covid-19, anche con modalità creative che andassero oltre l’ordinarietà.
Alcuni ragazzi che fruivano anche dell’alloggio presso la loro sede di servizio o presso altra struttura dell’associazione, sono rimasti nella sede anche durante l’emergenza, alcuni per scelta, altri perché venendo da altre Regioni si sono trovati in difficoltà a spostarsi per rientrare a casa. Questi volontari che sono rimasti nelle strutture, sono stati riattivati nel loro servizio civile. Per gli altri volontari abbiamo pensato ad altre soluzioni.»

Ad esempio?

«Siamo abituati ad un servizio civile nelle strutture di accoglienza e nei centri diurni dove i giovani sono a contatto con gli utenti. Durante questa emergenza Coronavirus, le persone più fragili sono ancora più esposte alla solitudine. Anche sollecitati da esperienze sorte spontaneamente sul territorio, ci siamo interrogati su altre modalità per sostenere queste persone a distanza, anche perché i permessi straordinari finiranno il 15 aprile e non potranno essere prolungati.»

Che cosa succederà al servizio civile dopo il 15 aprile?

«Il 15 aprile è uno spartiacque, nel senso che c’è una circolare che dice che dopo quella data o si riattivano i progetti (bisogna verificare che si possano riattivare i progetti come erano stati pensati all’inizio), oppure vengono rimodulati in attività di emergenza, impiegando i volontari anche in progetti che siano in collaborazione con altri enti (es. Caritas e Protezione civile) già attivi per questa emergenza Covid-19. Se non sarà possibile nessuna di queste due strade, allora bisogna passare al congelamento del servizio civile, cioè è come se il conteggio dei giorni di servizio si fermasse, il contratto si interrompe e i giorni rimasti verranno recuperati successivamente. Questo comporterebbe uno spostamento del termine dell’anno di servizio civile. A seguito di uno sforzo che ha coinvolto tutta la Comunità Papa Giovanni XXIII a livello nazionale siamo riusciti a riattivare il servizio per 118 operatori volontari su 122 (infatti ai 119 iniziali se ne erano aggiunti 3 nel corso dei mesi).»

Il destino dei caschi bianchi al tempo del coronavirus

Cosa è successo ai caschi bianchi che dovevano partire per l’estero?

«Quando è scoppiata l’epidemia di Coronavirus, i 50 volontari che si stavano preparando per partire come caschi bianchi erano tutti coinvolti in un periodo di formazione a Rimini. In seguito all’ordinanza del 23 febbraio della Regione Emilia Romagna che obbligava a evitare assembramenti anche in contesti formativi, li abbiamo dovuti rimandare a casa. Non era proprio il caso di trattenere persone provenienti da tutta Italia, anche dal Veneto e dalla Lombardia, dove c’erano i primi focolai di Covid-19.
All’inizio di questa emergenza avevamo provato ad ipotizzare di farli partire per l’estero, ma nel frattempo anche le situazioni all’estero si stavano aggravando, inoltre abbiamo pensato alle ricadute che il loro arrivo avrebbe potuto avere nei paesi esteri, dove le risorse sanitarie sono precarie.
Quindi a partire dal 24 febbraio i caschi bianchi, tranne due, sono in permesso straordinario, che però dura fino al 15 aprile.»

Cosa succederà dopo il 15 aprile per i caschi bianchi?

«I caschi bianchi devono svolgere il loro servizio all’estero, quindi non sarà semplice rimodulare i loro progetti. Di fronte a noi abbiamo un paio di opzioni: congelare i progetti al massimo fino al 31 luglio e se entro quella data vedremo che è possibile riattivare i progetti, allora lo faremo. Oppure c’è l’idea di proporre un’alternativa: a quei volontari che saranno disponibili proporremo alcuni progetti qui in Italia, coinvolgendoli nell’emergenza Coronavirus.»

Hai detto che due caschi bianchi non sono in permesso straordinario. Che cosa intendi dire? Sono partiti per l’estero?

«No, non sono partiti. Si tratta di 2 volontari che dal 24 marzo sono impegnati all’hotel Royal di Cattolica (RN), all’interno di un progetto pilota in collaborazione con l’azienda sanitaria della Romagna. Uno di loro doveva partire per il Brasile e l’altro invece per la Bolivia. La loro attività è legata all’emergenza Covid-19, facendo attività di segreteria e rispondendo al centralino; sono di supporto alla logistica, raccolgono i bisogni delle persone, le ascoltano; fanno un lavoro di reportistica rispetto alle prassi che vengono seguite dalla struttura stessa, che è un progetto pilota seguito da Gianpiero Cofano, segretario generale della Comunità Papa Giovanni XXIII.»

Il servizio civile raccoglie le sfide del coronavirus

Dopo il 15 aprile quali idee avete per riattivare i progetti di servizio civile?

«Le case famiglia, dove di solito vengono accolte tante persone in difficoltà, sono sotto pressione perché i bambini sono a casa da scuola, molti di loro devono seguire la didattica a distanza, i disabili non possono frequentare i centri diurni e rimangono a casa anche loro. In questo momento stiamo considerando di riattivare i progetti nelle strutture iniziali, ma con una modalità a distanza; oppure per chi sarà disponibile, faremo la proposta di entrare in forma residenziale nelle case di accoglienza.
Ci saranno quindi alcune proposte da remoto: ad esempio il sostegno nei compiti scolastici da svolgere; letture animate; chiamare le persone e mettersi in ascolto; produrre dei materiali video o delle raccolte musicali che poi potrebbero essere usate nei centri diurni o dai bambini nelle varie case famiglia.
Poi ci saranno delle attività sul territorio: ad esempio un sostegno alle famiglie con persone disabili, per portare a casa medicine o alimenti; oppure supporto a famiglie Rom. È quindi un’attività sul territorio che verrà svolta solo con dispositivi di protezione individuale e con un’alta attenzione alla sicurezza. Un’altra possibilità è legata al Comune di Campo Calabro (RC), che da pochi mesi è diventato per noi un ente di accoglienza, cioè è un ente partner accreditato con la Apg23. Come Comune hanno alcune attività sul territorio al quale noi potremo collaborare con i volontari in servizio civile.
In altri casi stiamo valutando anche una collaborazione con le Caritas del territorio: anche qui i volontari in servizio civile potranno essere coinvolti. Le Caritas territoriali preparano i pacchi alimenti per famiglie in stato di bisogno.»

E se un ragazzo non se la sentisse di uscire per le strade?

«Se io Ente faccio delle proposte per riattivare il progetto iniziale oppure per rimodularlo in altre modalità, ma il giovane si rifiuta, a quel punto rinuncia al servizio civile. Sicuramente non metteremo un’unica alternativa davanti ai ragazzi, ma daremo alcune opzioni tra cui scegliere. Cercheremo di andare incontro più possibile ai volontari.»

Qual è secondo te la sfida che il Covid-19 ha posto al servizio civile?

«Il servizio civile è a difesa nonviolenta della Patria e noi come Comunità Papa Giovanni XXIII pensiamo che la difesa non sia quella da mettere in campo contro un nemico, ma quella che promuove la sicurezza umana soprattutto delle persone più fragili. L’emergenza Covid-19 ci chiede di essere contemporanei alla storia che tutti stiamo vivendo. In questo periodo siamo rimasti in contatto con tutti i volontari e abbiamo constatato che questi giovani hanno una gran voglia di fare qualcosa per dare un sostegno a chi è in difficoltà: alcuni si stanno dando da fare spontaneamente attraverso la Croce Rossa oppure si sono messi a disposizione dei propri vicini o dei propri nonni. Si dice sempre che i giovani sono demotivati, ma noi stiamo vedendo una realtà che dà speranza.»