La tratta di esseri umani oggi: schiavo in un cantiere edile
Faceva 13 ore di lavoro al giorno, nessun contratto, zero giorni di riposo, 300 euro al mese. Il Report 2026 della Comunità Papa Giovanni XXIII mette in luce i dati della tratta oggi
C'è chi usa i legami per controllare, ricattare e sfruttare. E c'è chi li ricostruisce per restituire dignità e libertà. La storia di S. - che ha vissuto la schiavitù nei cantieri e poi la libertà ritrovata - ne è un esempio. Nella Giornata mondiale contro la tratta di persone del 30 luglio, il nuovo Report "Contro la tratta, costruiamo legami" della Comunità Papa Giovanni XXIII racconta un anno di storie, dati e reti che scelgono di spezzare il controllo. E intanto un nuovo decreto legge colpisce finalmente chi usa prestazioni di chi sa essere vittima di tratta.
Quali sono i legami che contano? Ci sono legami che stringono fino a soffocare. Sono quelli costruiti sul ricatto, sul debito, sulla paura. I trafficanti di esseri umani li chiamano "debiti" o "favori". Ma non sono davvero opportunità: sono strumenti di controllo. Ti fanno credere di essere libero mentre decidono dove lavori, quanto guadagni, quando puoi riposare, perfino se hai diritto all’assistenza sanitaria quando ti fai male.
S. è un giovane originario della Guinea che quei legami che tolgono il respiro li conosce bene.
La sua storia inizia come quella di migliaia di persone. Dopo la morte del padre, la madre non riesce più a mantenere lui e i fratelli. Un amico già arrivato in Europa gli promette un lavoro nell'edilizia. Per partire paga 9.000 euro.
Quando arriva in Italia però scopre una verità totalmente diversa. Tredici, quattordici ore di lavoro al giorno in un'impresa edile. Nessun contratto. Nessun giorno di riposo. Trecento euro al mese. «Mi avevano promesso un lavoro. Invece mi hanno tolto tutto».
Un giorno gli capita un incidente sul lavoro mentre si trova su una impalcatura elevata. «All’improvviso ho perso l’equilibrio, sono caduto e nessuno mi ha soccorso. Non dimenticherò mai quel giorno. Dopo circa mezz’ora, mi hanno tirato su di peso senza chiedermi nemmeno se potessi muovermi, mi han portato in campagna e mi hanno abbandonato lì. Avevo il terrore che questa volta non sarei sopravvissuto».
La mano perde gran parte della mobilità. Ma S. non perde la speranza e trova il coraggio di denunciare. Inizia così un lungo percorso di cure mediche e un periodo di accoglienza in una delle case della comunità di don Oreste Benzi.
S. comincia ad affidarsi agli operatori della Comunità Papa Giovanni XXIII che lo assistono ogni giorno e a ricostruire legami di fiducia. Legami che contano, legami che salvano.
Oggi S. lavora ancora come muratore, ma con un contratto a tempo indeterminato. Finalmente ha imparato quali sono i suoi diritti. E anche quali sono i doveri nel nostro Paese. Da poco ha ottenuto anche la patente di guida. Così finalmente può mantenere la madre e pagare la scuola ai fratelli rimasti in Guinea. A chi lo ha seguito passo dopo passo, ripete: «Oggi sono finalmente una persona libera! Ma ci sono ingiustizie che devono essere fermate».
Foto di Poco_bw
Legami che imprigionano
La storia di S. spiega che la tratta non è soltanto prostituzione forzata, ma sempre più spesso ha come scopo il lavoro sfruttato, debiti, ricatti, isolamento e controllo. La tratta nasce quasi sempre da un legame che sembra positivo, qualcuno che vuole apparentemente aiutarti nel viaggio verso l’Europa. Un conoscente, un datore di lavoro, un intermediario, qualcuno che promette protezione. Poi quel legame cambia volto e diventa controllo.
Il nuovo Report 2026 della Comunità Papa Giovanni XXIII, intitolato Contro la tratta, costruiamo legami, sottolinea che la tratta prospera quando una relazione tra persone si trasforma in dominio, mentre la libertà ricomincia quando qualcuno offre un legame di fiducia, fondato sull'ascolto, sull’empatia e sul riconoscimento della dignità della persona.
La tratta cambia volto. I dati allarmanti sul lavoro sfruttato
Nel 2025, secondo il Numero nazionale antitratta, per la prima volta la forma di sfruttamento più diffusa è quella lavorativa (42,1%), davanti allo sfruttamento sessuale (25%). Emergono inoltre matrimoni forzati, servitù domestica, economie criminali forzate e nuove forme di sfruttamento che passano attraverso strumenti digitali.
Anche la Comunità Papa Giovanni XXIII osserva questo cambiamento. Nel 2025 ha assistito 76 persone nei progetti regionali del sistema nazionale antitratta, con un aumento delle situazioni di sfruttamento lavorativo che coinvolgono soprattutto uomini provenienti da Marocco, Pakistan e Bangladesh, mentre tra le donne le vittime provengono da Nigeria, Costa d'Avorio e Senegal.
Le comunità che possono cambiare il destino dei propri connazionali
La prevenzione non si costruisce soltanto tra i banchi di scuola. La prevenzione si costruisce dentro le comunità etniche e religiose. Per questo il progetto ALMA per prevenire lo sfruttamento sessuale delle donne migranti - finanziato dal Dipartimento per le Pari Opportunità per l’anno 2025-2026 - ha coinvolto comunità etnico-religiose in 5 province italiane, creando spazi di confronto con leader religiosi, associazioni e cittadini per imparare a riconoscere situazioni di violenza e sfruttamento.
Il dato più significativo riguarda proprio ciò che spesso rimane invisibile: tra le forme di violenza emerse nei confronti delle donne migranti, al primo posto compare il controllo del partner e la violenza psicologica (22%), davanti allo sfruttamento sessuale e digitale (20%), allo sfruttamento lavorativo (15%), alla violenza economica (15%), ai matrimoni forzati (10%), alla violenza vicaria (10%) e alle minacce rivolte alle famiglie rimaste nel Paese d'origine (8%). Sono proprio queste relazioni di controllo a diventare il terreno su cui prende piede la tratta.
Ma lo stesso report racconta anche l'altra faccia della storia: gruppi di donne connazionali, leader religiosi, associazioni, mentoring tra pari e reti territoriali possono trasformarsi in occasioni di sostegno e protezione, in reti capaci di interrompere l'isolamento e restituire la fiducia verso le persone che possono sostenere le vittime.
Una legge che guarda anche alla domanda
Il contrasto alla tratta passa anche attraverso nuove norme.
Con il Decreto-legge n. 115 pubblicato il 16 luglio 2026, l'Italia ha finalmente recepito importanti novità introdotte dalla Direttiva Europea 1712 del 2024, che prevede tra le altre misure la punibilità di chi sfrutta consapevolmente le prestazioni di chi sa essere vittima di tratta (reclusione fino a tre anni e multa da 500 a 3.000 euro) e introducendo nuove fattispecie di reati: la tratta ai fini di matrimoni forzati e lo sfruttamento nella maternità surrogata.
Un cambio di prospettiva importante: non colpire soltanto chi organizza lo sfruttamento ma anche chi è parte della domanda e dare maggiore protezione e indennizzi alle vittime di tratta (fino a 10.000 euro).
Ed è proprio questo il messaggio che la Comunità Papa Giovanni XXIII affida alla Giornata mondiale contro la tratta di persone del 30 luglio: per prevenire e contrastare la tratta è urgente costruire comunità capaci di riconoscere lo sfruttamento e interrompere ogni forma di dominio anche online attraverso relazioni di fiducia che restituiscano dignità alle migliaia di donne, uomini, persone transgender e minori vittime della più grave violazione dei diritti umani.