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1 Ottobre 2021
Ultima modifica: 1 Ottobre 2021 ore 09:26

Contro i talebani usiamo la nonviolenza

Il presente è un'occasione preziosa per cambiare il modo in cui affrontiamo i conflitti nel mondo.
Dove ci hanno portato 20 anni di guerre? E dove ci avrebbero portato 20 anni di scelte nonviolente? Quale delle due strade avrebbe portato ad un costo minore in termine di vite umane? Le risposte arrivano dall'esperienza dei volontari impegnati in azioni nonviolente ai confini con la Siria.
Per me la nonviolenza è un innamoramento, è difficile da spiegare a parole. Avevo 18 anni e ho sentito Pride (in the name of love), una canzone degli U2 che racconta la storia di Martin Luther King. Parlava di questo amore che non era un amore romantico, rosa, ma un amore nero, più forte della violenza. Questa cosa mi ha colpito profondamente. Col passare degli anni questo innamoramento per la nonviolenza è rimasto, anche se mi confrontavo continuamente con la mia difficoltà a viverlo.
La nonviolenza non è una teoria, questo è anche il messaggio dell’Operazione Colomba, il Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII.

La nonviolenza o la vivi, o la tradisci. Non se ne può parlare, la si può solo vivere.
In questi anni il tentativo da parte mia è stato di provare a vivere questa alternativa alla violenza là dove ci sono le guerre. Non sono mancati gli errori, insieme anche a momenti di bellezza, di gioia, di profondo senso di comprensione di cosa sia la vita.
 
Il 2 ottobre è il compleanno di Gandhi e in questa data si celebra la giornata internazionale della nonviolenza. Quello che mi ha sempre colpito di Gandhi è che era una persona estremamente pratica: quello che capiva, provava a viverlo.
Il messaggio di questa giornata internazionale della nonviolenza secondo me è questo: c’è qualcosa di più estremo della violenza.
 
Quando affrontiamo la vita ci sono solo 3 possibilità: l’indifferenza, cioè questa ingiustizia che vedo non è un problema mio; la violenza, cioè la reazione rabbiosa a questa ingiustizia che vedo, ma nel tentativo di fermare una violenza in realtà la amplifica e la fa proliferare; la nonviolenza, che è una risposta strutturalmente diversa dalla violenza e prevede un profondo legame con la propria umanità, cosa per nulla semplice. Spesso infatti noi tutti, io per primo, siamo spesso tagliati fuori dalla nostra umanità, cioè dalla capacità di ascoltare, di capire profondamente, di essere interessati agli altri.
 
Dalla guerra in Siria in poi, rispetto alle situazioni di crisi come quella in Afghanistan, non possiamo più tenercene fuori, non possiamo continuare con una risposta violenza. Pensiamo ad esempio a una situazione come l’attacco alle Torri Gemelle a New York (da poco c’è stato l’anniversario): la risposta di bombardare l’Afghanistan è palesemente fallimentare. È un farmaco che uccide il malato. E uccide anche il medico. È una risposta che non è più riproponibile.

Quando ci fu l’attacco alle Torri Gemelle, don Oreste Benzi propose di rispondere a Bin Laden con il perdono. Questa sua proposta avrebbe aperto una prospettiva nuova, di cui c’è ancora molto bisogno. Non è ammazzando qualcuno che si risolve il problema del terrorismo.
Il male, la violenza non è qualcosa che esiste. È un vuoto. Come un pozzo vuoto ci attira per vedere cosa c’è sul fondo, così anche la violenza e il male hanno l’unico fascino del vuoto e della mancanza. Ma una mancanza non si può riempire con un’altra mancanza.
La nonviolenza è una strada su cui fare dei passi in direzione della nostra umanità e capire cosa significa perdonare, cosa significa entrare nel dolore dell’altro, cosa significa guarire le ferite aperte nel cuore degli altri dalla violenza. Io mi sento estremamente limitato e ho bisogno degli altri per capire questa strada così nuova.
 
«Perché hai fatto questo attacco contro i civili?», ecco cosa hanno chiesto ai terroristi che hanno fatto degli attentati in Europa legati all’Isis. E sapete loro cosa rispondevano? «L’ho fatto per la guerra in Siria, perché voi non avete fatto nulla, pur potendolo, per fermare quel disastro».
Ovviamente questa risposta è assolutamente inaccettabile. Ma io mi chiedo: è accettabile stare fermi, in una società in cui si sa sempre tutto, di fronte alle violenze compiute? Non siamo più nelle condizioni di 100 anni fa in cui non si sapeva con esattezza cosa stesse avvenendo nei campi di sterminio nazisti contro gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali.

Ora sappiamo esattamente cosa sta avvenendo, sappiamo chi viene ucciso e quando viene ucciso. In questa situazione non è più possibile la scelta della violenza e nemmeno quella dell’indifferenza.
Se adottiamo queste scelte di passività o di violenza, perdiamo la nostra umanità, cioè non siamo più essere umani. Non sappiamo più amare le persone che abbiamo vicine, i nostri figli, non sappiamo più parlare con nessuno, nemmeno con noi stessi.