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24 Novembre 2021
Ultima modifica: 24 Novembre 2021 ore 10:05

Arriva il Reddito di libertà

L'annuncio in occasione della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne.
Foto di Flo Karr
Domande entro il 31 dicembre 2021. Ma l'iter burocratico rischia di rendere vana questa iniziativa che dovrebbe aiutare le donne vittime di violenza. L'esempio virtuoso della regione Sardegna.
È partita in questi giorni la corsa al reddito di libertà. Lo si aspettava da quasi un anno, ovvero da quando nel comma 1 dell’articolo 3 del D.P.C.M. 17 dicembre 2020 era stato previsto un contributo, denominato appunto “Reddito di Libertà”, per le donne vittime di violenza assistite dai centri antiviolenza, riconosciuti dalle Regioni e dai servizi sociali.

E con la circolare Inps  8 novembre 2021, n. 166 finalmente le donne vittime di violenza in condizione di particolare vulnerabilità o di povertà potranno richiedere un contributo fino a 400 euro al mese per un anno, seguendo le istruzioni per presentare la domanda sul sito dell’Inps.  

La Ministra per le Pari Opportunità e la famiglia Elena Bonetti lo ha presentato lunedì, tra gli interventi strutturali e incentivati con apposite risorse inserite nella prossima manovra di bilancio.

«Uno dei motivi per cui le donne spesso rinunciano a denunciare – ha spiegato in conferenza stampa descrivendo il tanto atteso nuovo Piano Strategico Nazionale sulla violenza maschile contro le donne, reso pubblico in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne - quando sono vittime di violenza è il fatto di non avere un’indipendenza economica». E per questo vanno sostenute. E la ministra ambisce ad assicurare loro in futuro anche il “microcredito di libertà”. 

A chi è destinato il “Reddito di libertà”?

Possono beneficiare del contributo le donne residenti nel territorio italiano che siano cittadine italiane o comunitarie oppure, in caso di cittadine di Stato extracomunitario, in possesso di regolare permesso di soggiorno. In particolare alle cittadine italiane sono equiparate le straniere aventi lo status di rifugiate politiche o lo status di protezione sussidiaria.

Donna sola
Foto di Mandy Fontana


Le domande devono essere presentate entro il 31 dicembre 2021 dalle donne interessate, direttamente o mediante un rappresentante legale o un delegato, tramite il Comune di residenza. E molte donne uscite da una situazione di violenza e maltrattamenti quindi di certo per diverso tempo provate da traumi o segnate sul corpo dalle botte — e per questo necessiteranno di supporto per lungo tempo — non avranno di certo facilità navigando da sole nel sito dell’Inps.

Una burocrazia killer

Per prima cosa, dovranno digitare nel motore di ricerca “Prestazioni sociali dei comuni” e selezionare tra i risultati “Prestazioni sociali: trasmissione domande, istruzioni e software”. Sarà infatti presente un’apposita sezione dedicata alle domande per il Reddito di Libertà. Ma non potranno accedervi se non sono in possesso di SPID almeno di livello 2 o di una Carta di identità elettronica o di una Carta Nazionale dei Servizi.

L’Italia digitale sembra procedere a passo veloce tanto che su quasi 50milioni di maggiorenni, lo SPID sembra utilizzato dal 40%. Ma è così anche per le donne che hanno subìto violenza fisica o psicologica per cui hanno dovuto cambiare vita, forse anche indirizzo e devono cambiare residenza per non essere rivittimizzate? E se non rientrano nella fascia d’età prevista per accedervi cioè tra i 18 e i 67 anni?

Un altro requisito importante la beneficiaria dovrà avere un conto a proprio nome con IBAN, quindi o un conto corrente, o un libretto di risparmio, o una carta prepagata. E dovrà documentare al momento della domanda online il percorso di emancipazione in corso presso un centro antiviolenza e lo stato di bisogno con dichiarazione del servizio sociale dove risiede.

Bisogna richiederlo subito

Chi non sarà tempestiva – ed è praticamente impossibile esserlo visto che occorre essere in possesso di due certificazioni provenienti da enti diversi, andare poi in comune ed attendere che l’impiegato trasmetta la domanda, il tutto ovviamente in uno stato di emergenza sanitaria che ancora non è stata revocata e che incentiva lo smart working – non avrà diritto al reddito di libertà.

Dopo la  trasmissione della domanda, il sistema effettuerà una breve istruttoria automatizzata e potrà dare tre tipi di risposte: “Accolta in pagamento”, “Non accolta per insufficienza di budget”, “Accolta in attesa di IBAN”.

Il reddito di libertà può essere richiesto anche se si percepiscono altri aiuti come la cassa integrazione, o il reddito di cittadinanza o anche, se si tratta di madri con figli a carico, gli assegni familiari. 

Scappiamo tutte in Sardegna

Voci contrastanti arrivano però dalle organizzazioni femministe. Stefania Cantatore dell’Udi di Napoli elogia la regione Sardegna che sostiene stabilmente le donne. «Questo reddito è giusto per tamponare ma occorrerebbe invece un dispositivo costante come in Sardegna dove sono sostenute in emergenza le donne che escono dalla violenza perché possano andarsene di casa e ricominciare oppure le donne indigenti perché si sono separate da un marito maltrattante e devono ricominciare per sostenere se stessa e i propri figli. Ma questo reddito di libertà di 400€ al mese invece non basta! Come fa una donna a campare e sostenere anche il percorso scolastico dei sui figli?».

Ma il rischio più importante è la tutela della privacy. «Se io sono seguita da un centro antiviolenza, la mia privacy la perdo se poi devo rivolgermi all’Inps.  E poi se riconosciamo che la violenza è la prima causa di indigenza, se il principio del reddito di libertà è legato ai diritti delle donne non posso avere solo un mese a disposizione per chiedere un sussidio che in un’unica soluzione dovrebbe sostenermi per un anno intero!».

Secondo la responsabile dell’Udi di Napoli alle donne dovrebbe essere data come una sorta di «Restituzione dello Stato per quello che la donna ha prodotto nella sua vita e per quello che ha subìto con la violenza. Dovremmo rivoluzionare tutto il comparto dell’antiviolenza. Bisogna che le regioni prendano provvedimenti costanti e seri».

Anche Liliana Ocmin del Coordinamento Donne Cisl non è del tutto convinta. «Il rischio è che siano escluse moltissime donne immigrate» spiega. Per esempio chi ha un permesso per ricongiungimento familiare, per esempio, collegato al marito che può essere la persona maltrattante, oppure chi è richiedente asilo in attesa di risposta o chi ha già ricevuto un diniego e sta aspettando il ricorso o chi per motivi di sicurezza la residenza ancora non ce l’ha.

«Per questo, questa mattina ho interpellato la Ministra Bonetti, nel corso di un appuntamento promosso in Senato sulle donne vittime di violenza, perché siano incluse le donne senza carta di soggiorno o quelle che non hanno un permesso di lungo soggiornante». 

Violenze in aumento: corriamo ai ripari

Sono numerose le situazioni in cui può trovarsi una donna migrante vittima di violenza da parte del partner, dello sfruttatore, di uno dei suoi stessi familiari. Violenza domestica, stalking, o anche sfruttamento sessuale, revenge porn o matrimoni forzati. Dall’inizio della pandemia solo il 10% delle chiamate ai centri antiviolenza era di donne straniere. Hanno paura, più delle altre di chiedere aiuto e di restare da sole. O peggio di essere uccise, come i tristi casi di femminicidi negli ultimi giorni han dimostrato. Tanto che nel 2021, considerando il periodo 1 gennaio - 19 settembre 2021 – secondo i dati del Dipartimento della Pubblica sicurezza – sono state registrate 86 vittime donne, di cui 73 uccise in ambito familiare/affettivo e di queste solo il 12% delle donne uccise aveva denunciato. 

E il riferimento è anche a donne che, soprattutto a causa della loro condizione di “invisibili”, sono vittime ideali perché i loro aguzzini sanno benissimo di non poter essere denunciati. Sono le stesse donne che spesso sono costrette a prostituirsi. E non stupisce dato che a livello europeo il 71% delle donne arrivate nel vecchio continente sono vittime della tratta a scopo sessuale.

Ragazze vittime della racket della prostituzione vicino all'auto di un cliente
Foto di Daniele Calisesi


Oppure si tratta di donne straniere che, pur avendo un compagno e rimanendo in casa ad accudire i figli, non hanno nessuna possibilità di autonomia e vengono trattate come giocattoli. Donne che hanno paura a denunciare. Donne che hanno paura di essere rintracciate e addirittura uccise se si allontanano dall’uomo che le maltratta.

La storia di Alina

Come Alina, una giovane mamma albanese che qualche giorno fa è riuscita miracolosamente a scampare alla ferocia del compagno accanitosi su di lei con calci e pugni. Ha diverse costole rotte e una prognosi di 2 mesi. Lei e i suoi bimbi oggi sono in salvo in una comunità madre bambino lontano dal suo comune di residenza ma riuscirà ad ottenere in tempo il reddito di libertà per ricucire le ferite e poi ricominciare a costruirsi una nuova vita? E a superare la paura di essere rintracciata dagli amici del compagno se dovesse ritornare per la burocrazia di nuovo nel suo comune?

Dillo ai tuoi amici

Fino a Capodanno, vogliamo sperare che più donne possibili siano informate di questo sostegno economico per il loro riscatto e che nei Comuni d’Italia assistenti sociali celeri e preparate possano non solo tratteggiare il percorso che già faticosamente stanno portando avanti in particolare le donne vittime di violenza, garantendo loro la massima protezione, ma pure aiutarle a compilare la domanda online.