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30 Aprile 2020
Ultima modifica: 13 Gennaio 2021 ore 17:42

Come abortire in casa? Chiedilo all'esperto

Moltiplicate le richieste di donne che chiedono come abortire
Foto di ANSA / MATTEO BAZZI
Gli ospedali sono luoghi di potenziale contagio, così - recependo le indicazioni dell'OMS - si è chiesto che anche in Italia si potessero favorire gli aborti a domicilio. Ma l'aborto spesso è un dramma potenziato dalla solitudine.
«L’aborto non è facile. È atroce! Da quel giorno ho spesso degli incubi. E ho pensato d’impazzire. Cercavo di sapere come abortire in casa. Ma se avessi avuto più tempo per riflettere avrei ragionato; forse avrei potuto confrontarmi con i miei e mi avrebbero accettato. Se non avessi avuto quella fretta, sono sicura che avrei potuto fare una scelta diversa».

Natascia ha 37 anni e ha scelto di uscire allo scoperto, ripercorrendo coraggiosamente “in diretta”, momento per momento quel terribile aborto “troppo veloce”. Una donna che ha sentito l’esigenza di contattare il numero verde gratuito del Servizio maternità e Vita, per parlare con un esperto in quel momento di disperazione, e chiedergli come abortire con la pillola.

In queste settimane di pandemia, si sono moltiplicate le richieste di organizzazioni abortiste perché invece di assumere le pillole per abortire in ospedale, a rischio di contagio, alle donne sia garantito di usare le pillole che semplificano e rendono facile l’interruzione di gravidanza, a domicilio; estendendone l’assunzione fino alla nona settimana. Al tempo stesso si sono levate le voci delle organizzazioni che non ritengono un’emergenza l’aborto a tutti i costi e a domicilio.

Alcune associazioni ritengono questa soluzione un pericolo per la salute della donna. In testa c'è Pro Vita & Famiglia, contrariata dal fatto che il Ministero della Salute abbia considerato le Ivg prestazioni indifferibili nella sua circolare del 30 marzo 2020, recependo le indicazioni dettate il 13 marzo dall’Organizzazione mondiale della Sanità.

Intanto gli ospedali smentiscono che i reparti di ostetricia siano usati per i pazienti covid o troppo spesso trasferiti, e che questo stia bloccando le visite e le procedure per l’interruzione di gravidanza. È davvero un’emergenza per gli ospedali? Quante donne stanno richiedendo di abortire a domicilio?

Come abortire in casa

La legislazione attuale consente di abortire in day-ospital, utilizzando la pillola per poi ritornare a casa.

La procedura abortiva domestica prevede l’assunzione del mifepristone, uno steroide sintetico, entro la settima settimana di gravidanza. In un primo momento, l’assunzione di questa sostanza, che compete con il progesterone, impedisce che quest’ultimo agisca e quindi comporta l’uccisione del feto. Una seconda sostanza, assunta dopo due giorni, di solito il misoprostol, provoca contrazioni all’utero e causa l’espulsione. 

La Comunità Papa Giovanni XXIII fornisce consulenza alle donne in difficoltà con la gravidanza che stanno valutando come abortire. Molte chiamano perché sono interessate ad un aborto in casa, la maggior parte provengono da situazioni di difficoltà familiare.

Puoi chiedere un incontro riservato con un esperto o un confronto telefonico scrivendo un messaggio su WhatsApp oppure chiamando al numero 800.035036 

Ho chiesto come abortire, la testimonianza

L’uomo a cui era legata era un tipo aggressivo, non solo a livello verbale. E lei ne era diventata quasi “dipendente”. Rimasta incinta, in un periodo di amenorrea in cui non stava più usando contraccettivi, Natascia — senza il sostegno del suo partner che anzi le chiede subito di abortire — cerca di informarsi e di capire cosa fare. È completamente da sola, per paura di ferire la sua famiglia (che ancora oggi non sa nulla).

«Ma tutto è stato molto veloce, troppo veloce», racconta. Qui la sua storia completa della sua gravidanza indesidereata.

«Ho cercato su Google come abortire e ho trovato il contatto di una ginecologa della città di lui. Dopo due giorni avevo subito l’appuntamento. Mi ha chiesto: “Non è contenta vero?”. Ed io ho risposto: “No”. Dopo la visita, mi ha spiegato come funziona l’aborto farmacologico.

Mi disse che avrei dovuto solo assumere delle pillole, poi avrei avuto una mestruazione più abbondante e sarebbe tutto finito subito. Addirittura ha aggiunto: “Se fosse mia figlia, gliela consiglierei”. Siccome ero al limite, mi disse che avrebbe fatto un foglio falso, essendo nell’ottava settimana».

Raccontano gli operatori del numero verde : «Natascia non immaginava cosa l’aspettava.  Ancora oggi ripete che sapeva di fare un gesto terribile, ma che non aveva avuto abbastanza sostegno e tempo per pensarci bene».

come ho abortito a casa, il racconto

«Non ho tutti ricordi nitidi. Ma ricordo che il mio compagno mi diceva che anche i suoi amici avevano fatto abortire alcune donne, che l’embrione era un affare piccolissimo. E che non era niente. Io, avevo solo una grande paura che questo bambino sarebbe stato aggredito dal padre, come era capitato a me».

Una settimana dopo Natascia riceve il primo farmaco (la Ru486, o mifepristone) e poi torna a casa. Dopo due giorni, torna in ospedale, le danno altre due pastiglie.

Inizia a vomitare tantissimo. «Ho iniziato ad avere delle contrazioni dolorosissime — racconta con la voce rotta dall’emozione — continuavo a vomitare, i medici non mi davano nemmeno da bere, non mi han fatto le flebo, nulla. Mi hanno detto che se non avessi espulso il feto sarebbero dovuti intervenire. Verso sera, mentre ero in bagno è avvenuta questa espulsione. Ho visto quel sacchetto rosso e dentro c’era l’embrione. È stato orribile! Anche dopo. Il mio utero ci ha messo molto tempo per tornare alle dimensioni normali. Ho avuto anche problemi alla tiroide e pure un fibroma. Non so se sono collegati all’aborto ma prima stavo bene e poi per diversi mesi sono stata male fisicamente. Non può essere dato questo farmaco così in fretta, senza spiegazioni, come fosse una medicina per il mal di testa».

Abortire in casa, le controindicazioni

Il prof. Giuseppe Noia, Presidente dell'Associazione italiana Ginecologi e Ostretrici cattolici e Direttore dell’Hospice perinatale presso il Policlinico Gemelli di Roma - intervenendo nel corso della diretta facebook promossa dal Comitato Sì alla famiglia di Modena e dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, lo scorso 28 aprile ha ben precisato che «l’aborto farmacologico non è facile. È un inganno che si risolva il problema “prendendo solo una pillola”… perché l’embrione è dentro al corpo e all’anima della madre. Proporlo come aborto facile è una banalizzazione. La scienza dovrebbe pure avere gli occhi della mente, della ragione, dell’intelligenza, proprio quelle menti mediche dovrebbero tutelare la salute delle donne».


Un dolore vissuto in casa 

Un altro tema sottovalutato troppo spesso è la cosiddetta “proporzionalità traumatica”. Si pensa che un piccolo embrione che muore è un piccolo trauma per la mamma. Dicono il contrario invece tanti studi e testimonianze di donne che hanno perso un figlio e non sapevano a chi rivolgersi per superare questa sofferenza. Se è ancora piccolo l’embrione, non cambia il dolore. «La donna soffre in funzione della perdita della presenza del figlio, che è un protagonista, è relazionato con la madre, fino al punto di essere un medico della madre perché manda cellule staminali che vanno a guarire patologie della madre, e che può essere curato in utero con moderne tecnologie». Per questo l’embrione è un vero e proprio essere umano.

Ma la scienza — secondo il professor Noia — non vuole vederlo. «Le contrazioni espulsive sono molto più dolorose perché la donna sa di abortire, è attrice e spettatrice del processo abortivo. Spesso le perdite ematiche continuano fino a 14 o addirittura fino a 28 giorni».

Cosa comporta vedere l'embrione

Inoltre l’espulsione può avvenire ovunque, a casa, mentre si è in famiglia, in contesti di lavoro, per strada. Angoscia e paura che è maggiore se — nel 56% delle donne secondo il British Medical Journal — la donna vede l’embrione quando viene espulso. Favorire l’aborto farmacologico a casa perché andare in ospedale aumenta il rischio del contagio da coronavirus, dunque, non è affatto sicuro.

La situazione è molto più grave se l’emorragia è continua e bisogna correre al Pronto soccorso. E comunque, come ha spiegato il medico del Policlinico Gemelli, bisogna in molti casi andare in ospedale per la revisione, per la verifica che tutto il materiale sia stato espulso. Per non dimenticare le complicanze nella fertilità: c’è un aumento di parti prematuri fino a 3 volte. Mancano supporti psicologici e ginecologi che spieghino con precisione alle donne cosa comporti un aborto farmacologico anche dal punto di vista fisico, a lungo termine, e psicologico. «Privare le donne dell’informazione equivale a rubare la loro salute, il loro corpo, il loro futuro e soprattutto la loro dignità. È un delitto contro l’umanità».

La questione resta ospedaliera

Ma nonostante non sia né facile, né indolore, né sicuro, il ricorso all’aborto farmacologico dal 2009 al 2016 è aumentato notevolmente. Pochi giorni fa proprio dall’Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani era stata denunciata la necessità di favorirla ancora di più nei 21 servizi sanitari presenti in Italia, sostenendo che in Italia ha una diffusione molto bassa. Continua Nola: «In tutti i Paesi in cui la Ru486 è in commercio viene utilizzata fino al 63esimo giorno (9 settimane), negli Stati Uniti fino a 10 settimane. Noi abbiamo chiesto di passare a 9 settimane e di incentivare la gestione ambulatoriale, che richiede uno sforzo organizzativo dei servizi del territorio, riducendo al minimo gli accessi della donna nella struttura».

Indietro non si torna

Secondo Enrico Masini, bioeticista della Comunità di don Oreste Benzi, il problema è a monte. Già nei consultori la donna non ha normalmente il tempo di riflettere, di scegliere. A volte non le si chiede nemmeno come si chiama. «Se per caso le scappa “non lo voglio”, immediatamente tutto è organizzato, tutto è pronto per mettere in atto questa sua volontà: se sarà alle prime settimane di gravidanza immediatamente le verrà proposta la pillola abortiva; se si avvicina alla settima settimana questo intervento potrebbe essere programmato addirittura nel giro di poche ore, perché la soluzione del problema gravidanza viene ritenuta prioritaria e nel 30% dei casi ha caratteri di urgenza e passa davanti a tutti gli altri interventi».

Inoltre Masini sottolinea che «oltre i due terzi dei medici ginecologi, soprattutto quelli ospedalieri, hanno dichiarato di essere obiettori di coscienza:
«Allora c’è da chiedersi perché oggi c’è tanta attenzione per la diffusione della pillola abortiva e se non si rischi un ritorno alla clandestinità, anziché tornare alla corretta applicazione della legge 194. La legge che chiede un sostegno alle donne in gravidanza».

 Pillole di vita

Ancora più chiaro è il monito del Presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII, Paolo Ramonda, intervenuto nel corso della serata dedicata ai danni sulla salute psico-fisica delle mamme: «Dobbiamo chiedere ai nostri politici di avere il coraggio di fare delle leggi che tutelino piuttosto il diritto alla vita, che è il primo diritto senza il quale tutti gli altri diritti non possono esistere».