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19 Agosto 2021

Reddito universale, cos'è e perché papa Francesco lo promuove

Un reddito di base garantito a ogni uomo e donna di questa terra. Solo utopia? Ecco i pro e i contro.
Foto di Emanuele Zamboni
Nel suo recente libro dedicato al mondo post Covid, papa Francesco sostiene la proposta di un "reddito di base universale" che garantirebbe a tutti almeno il minino per sopravvivere. I vantaggi e i rischi della proposta. Il legame con la "società del gratuito" ideata da don Benzi
Nel suo ultimo libro Let us Dream: The Path to a Better Future (Simon e Schuster, 2020 – pubblicato in Italia da Piemme con il titolo Ritorniamo a sognare) Papa Francesco si è pronunciato a favore dell’istituzione di un reddito di base universale e incondizionato. «Io credo – dice il Papa (nostra traduzione dalla versione originale inglese) – sia giunto il tempo di esplorare idee come quella di un Universal Basic Income (UBI), noto anche come “imposta negativa sul reddito”: un pagamento incondizionato uguale per tutti i cittadini, che potrebbe essere distribuito intervenendo sul sistema fiscale». La sua visione è legata alla necessità di ripensare il mondo nell’era post-Covid, in cui diventa essenziale «riconoscere il valore per la società di coloro che lavorano senza trarne guadagno. […] Misure come l’UBI potrebbero aiutare le persone ad essere libere di combinare la necessità di guadagnare un salario con il desiderio di dedicare il proprio tempo alla comunità».
Si tratterebbe dunque di una “rivoluzione del lavoro”, dando avvio ad una trasformazione sociale che potrebbe accelerare l'avvento di quella “società del gratuito” spesso annunciata da Don Oreste Benzi.
 

Universal Basic Income (UBI): cos’è e come funziona

Secondo una definizione contenuta nello statuto del Basic Income Earth Network (BIEN), «l’universal basic income – in italiano spesso abbreviato con: reddito di base, reddito universale o reddito incondizionato – è un reddito incondizionatamente garantito a tutti su base individuale, senza prevedere alcuna prova dei mezzi o richiesta di disponibilità a lavorare». Si tratta in altre parole di un reddito conferito a chiunque nella forma di un diritto economico: ogni persona, indipendentemente dalla propria condizione economica o dal fatto di possedere un lavoro, ha diritto a ricevere un reddito gratuito di ammontare omogeneo.
Trattandosi di una “base”, tale misura costituisce un supplemento che non sostituisce, bensì si aggiunge al salario da lavoro e alle altre forme di remunerazione. Ad esempio, se l’ammontare del reddito universale fosse di € 500, chiunque guadagnasse uno stipendio di € 1200 al mese vedrebbe il suo reddito aumentare fino a € 1700; nel caso invece perdesse il lavoro, il reddito di base di € 500 rimarrebbe comunque in forma incondizionata.
Per questo motivo il Reddito Universale (UBI) è diverso dal Reddito di cittadinanza introdotto in Italia negli ultimi anni: mentre per ricevere quest’ultimo è necessario non avere altre forme di reddito e attivarsi per la ricerca di un nuovo lavoro, l’UBI è completamente incondizionato, viene dato a chiunque ed è corrisposto per tutta la vita.
 

I vantaggi del Reddito di base universale

Tra gli effetti positivi del reddito di base universale vi è innanzitutto l’impatto sulla povertà: assicurando un reddito gratuito a tutti, la povertà materiale verrebbe combattuta “indipendentemente dal lavoro”. Per permettere l’estinzione della povertà, però, è necessario che l’ammontare sia sufficiente a coprire i costi di esistenza. È anche per questo motivo che uno dei princìpi umanisti alla base di questa misura è il concetto di diritto all’esistenza, secondo cui l’esistenza deve essere garantita indipendentemente dalle condizioni del mercato del lavoro. Inoltre, i sostenitori di questa misura pongono attenzione anche su alcuni effetti sociologici derivanti dalla povertà, come ad esempio la criminalità, che si ridurrebbero in maniera considerevole.
In secondo luogo, trasferendo un potere contrattuale ai lavoratori, essi potrebbero scegliere di lavorare meno ad avere più tempo libero da dedicare a se stessi e alla propria comunità. La libertà di «combinare la necessità di guadagnare un salario con il desiderio di dedicare il proprio tempo alla comunità», nelle parole di papa Francesco, proviene anche dal fatto che il reddito universale riconfigurerebbe la relazione tra lavoro salariato e lavoro volontario: una capacità economica incondizionata permetterebbe di dire “Sì” a certi lavori che non sono remunerativi in termini monetari, e tuttavia sono desiderabili poiché offrono uno strumento di autorealizzazione personale. In altre parole: il Reddito universale avrebbe come effetto un aumento delle attività di volontariato, ma anche del numero di studenti e della partecipazione politica.
Papa Francesco alla mensa della
Papa Francesco alla mensa della "Casa degli Angeli"
Foto di Osservatore Romano Press Office

Allo stesso modo il reddito universale fornirebbe il potere contrattuale di dire “No” ai lavori più faticosi, alienanti o sottopagati. Diminuendo la quantità di persone disponibili a svolgere queste attività, l’effetto sarebbe un aumento dei salari di queste mansioni. In questo modo verrebbe riconfigurato il valore del lavoro: mentre infatti oggi i lavori più faticosi sono pagati meno o addirittura sottopagati, con il reddito universale ne verrebbe riconosciuto un valore maggiore attraverso una remunerazione più cospicua.
In conclusione, il reddito universale rimodellerebbe il mercato del lavoro trasformando il lavoro da attività necessaria in attività libera, facendolo uscire dalla mera determinazione economica-salariale e riconfigurandolo sempre più come una attività volontaria.
 

Rischi e problemi del Reddito di base universale

La prima critica che viene avanzata contro questa misura riguarda la sua presunta ingiustizia: poiché corrisposto universalmente a tutti, anche ai ricchi, risulterebbe essere iniquo. Esso infatti non terrebbe conto dei diversi bisogni specifici dei beneficiari, e per questo è ritenuto dai detrattori una misura socialmente ingiusta. Più precisamente, esso esprimerebbe una visione “riduttiva” di giustizia sociale: limitandosi a dare un po’ di reddito a tutti, sottovaluterebbe le esigenze specifiche di promozione individuale. Rispetto a una misura che favorisce il lavoro, il Reddito universale sarebbe un intervento passivizzante che si limita ad assistere/proteggere l’individuo invece che dargli la capacità attiva di “liberarsi”.
Una seconda critica riguarda il rischio di “parassitismo”: essendo incondizionato, il reddito permetterebbe di smettere di lavorare pur rimanendo mantenuti dalla collettività, e per questo è considerato una misura ingiusta.
Il dato è tuttavia controverso, in quanto non viene confermato dai molteplici esperimenti sul reddito di base. Ad esempio nell’esperimento finlandese, che nel biennio 2017-2018 ha fornito un reddito incondizionato di € 560 al mese a 2.000 persone, il tasso di occupazione è addirittura aumentato. E anche nell’esperimento indiano, che ha coinvolto oltre 11.000 individui nel 2009 ed è stato raccontato nel libro Basic Income: a Transformative Policy for India, si è registrato un aumento delle attività imprenditoriali con un impatto particolarmente sensibile sul lavoro autonomo femminile. In generale, dagli esperimenti svolti sembra che il rischio di parassitismo non sia un’ipotesi realmente configurabile.
 

Come si finanzia il Reddito di base universale

Il Reddito di base universale, tuttavia, è da molti considerato un’utopia perché finanziariamente insostenibile dal punto di vista delle risorse. Secondo Andrea Fumagalli, economista e vice-presidente del Basic Income Network Italia, il costo complessivo per istituire un Reddito universale in Italia, per un ammontare almeno pari alla soglia di povertà relativa, sarebbe di € 480 miliardi all’anno, equivalente al 25% del PIL. Inoltre molti critici riconoscono anche il rischio di un’inflazione galoppante, che dal punto di vista economico sarebbe configurabile se il reddito universale fosse finanziato stampando moneta.
Diverso scenario si avrebbe invece intervenendo, come suggerisce papa Francesco, strutturalmente a livello distributivo tramite la tassazione.
Nel mondo la ricchezza c’è ma è mal distribuita, dato che oggi, come sottolinea lo stesso Francesco nel libro citato, «poco più dell’1 per cento della popolazione mondiale possiede la metà della ricchezza totale».
 

Una transizione verso la “Società del gratuito”

Il reddito di base universale potrebbe costituire un efficace strumento per operare la transizione dall’attuale società del profitto a un nuovo modello di società che don Oreste Benzi definì “società del gratuito". Come afferma in un’intervista contenuta nel libro Ribellatevi! Intervista con un rivoluzionario di Dio (Sempre Editore, 2019), «la società del gratuito non è che una volta annunciata sia già in atto. È una meta, che parte però da una scelta chiara». L’istituzione di un reddito di base potrebbe rappresentare, appunto, una “base” di gratuità da cui partire per raggiungere questa meta: liberando gli individui dalla necessità di lavorare per sé, aprirebbe la strada per un nuovo mondo in cui gli esseri umani potranno finalmente lavorare gli uni per gli altri.
Per realizzare tutto ciò don Oreste capì però come fosse necessaria una radicale trasformazione antropologica, espressa nel passaggio dall’animalis homo all’homo sapiens. Oggi «tutta la società del profitto parte dall’animalis homo in quanto il bene supremo è l’accumulo del denaro, che in realtà è un simbolo in quanto rappresenta la sicurezza assoluta dell’uomo per la sua sussistenza e sopravvivenza. […] L’animalis homo è l’uomo che manifesta se stesso secondo gli impulsi istintivi che precedono la razionalità: […] la prima manifestazione istintiva è la conservazione di se stesso».
Nella società del profitto, caratterizzata dalla continua esposizione alla povertà e dalla competizione per la vita, l’animalis homo concepisce il lavoro prima di tutto come un’attività finalizzata alla «propria sussistenza e sopravvivenza», e così scambia lo scopo per il mezzo: vede nel lavoro uno strumento per conservare il proprio io e non per incontrarsi con il suo fratello.
Ma al termine di questa radicale trasformazione umana vi è «l’homo sapiens. L’uomo esce dalla foresta e viene alla luce, per cui entra nella sua capacità stupenda che lo rende simile a Dio. […] Così l’homo sapiens arriva a scoprire che lo scopo dell’uomo non è soltanto la sua sussistenza, la sua sopravvivenza, ma che queste vengono garantite dal riconoscimento di ogni persona, che diventa anche scopo del proprio esistere». Potrebbe sembrare un’utopia, ma don Oreste smentisce questa ipotesi. Si tratterebbe piuttosto di innescare una “transizione”: «[La società del gratuito] è una società che mira alla perfezione dei rapporti umani, ma parte dalla realtà dell’animalis homo, la supera, e nella misura in cui altri la superano ed entrano nell’homo sapiens si crea un nuovo tipo di rapporti che è perfezionabile per tutta la vita».
In questo senso, forse, l’istituzione di un reddito di base incondizionato potrebbe essere un passo importante da intraprendere per dirigerci verso la società del gratuito. Quantomeno una ipotesi da esplorare, come suggerisce papa Francesco.