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18 Giugno 2021
Ultima modifica: 21 Giugno 2021 ore 13:41

Progetto Miriam: donne migranti libere

Violenze su donne migranti, madri e disabili: esperte in tour per spiegare come intervenire. La storia di Mira.
Foto di Foto di Peggy und Marco Lachmann-Anke da Pixabay
All'help line della Comunità Papa Giovanni XXIII nei primi quattro mesi del 2021 sono arrivate diverse richieste di aiuto o di supporto in particolare di donne di 14 nazionalità diverse. Donne che durante la pandemia sempre di più sono state esposte a violenze e maltrattamenti.
Sono diverse decine le richieste di aiuto in particolare di donne migranti - o integrate in Italia da tempo - arrivate nei primi mesi dell’anno alla Comunità Papa Giovanni XXIII.
Nel 44% dei casi le chiamate sono delle stesse vittime, nel 16,7% dai servizi sociosanitari e nel resto dei casi da altri servizi a bassa soglia dal nord al sud Italia. Donne che durante la pandemia sempre di più sono state esposte a violenze e maltrattamenti, e in effetti nel 61% dei casi si sentono in pericolo a causa del compagno o del partner. Il 44% racconta di maltrattamenti tra le mura domestiche, il 25% rischia un aborto forzato o lo ha già subìto, il 14% è vittima di violenza economica e l’8,3% ha chiesto aiuto alla Comunità di don Benzi perché sfruttate nella prostituzione.

Help line: chi sono le donne che chiedono aiuto?

Nella stragrande maggioranza dei casi chi contatta le help line della Comunità Papa Giovanni XXIII sono donne italiane. A seguire donne nigeriane, albanesi e rumene. Ma le chiamate dei primi quattro mesi del 2021 hanno riguardato donne di 14 nazionalità diverse.
La fascia d’età prevalente è tra i 25 e i 34 anni (il 39%) a cui fa seguito l’età più giovane, tra i 18 e i 24 anni (il 30,6%). Altra caratteristica: nel 39% dei casi hanno figli ma nel 17% dei casi li hanno in carico i servizi sociali. Il 48% delle donne che chiedono aiuto sono in stato di gravidanza, nel 28% dei casi si tratta di donne con patologie psichiatriche e nell’8% dei casi di donne con dipendenze patologiche.

Progetto Miriam in 7 province

E proprio per questo dai primi mesi del 2021 è stato avviato su 7 province italiane Ferrara, Modena, Genova, Treviso, Verona, Rimini e Roma il progetto denominato Miriam. Donne migranti libere dalla violenza di genere, finanziato dal Programma Diritti, Uguaglianza e Cittadinanza dell’Unione europea, che in Italia sta coinvolgendo con percorsi di formazione e sensibilizzazione operatrici e operatori, volontari e volontarie della Comunità Papa Giovanni XXIII e anche di Caritas, Migrantes, Cif, Cisl, Centro aiuto alla vita e altre organizzazioni impegnate in servizi a bassa soglia e sportelli di ascolto aperti a varie fragilità. Focus principali del Corso di 1°livello avviato online a fine aprile e intitolato “Miriam: un nome, una storia.
Riconoscere la violenza e affiancare le vittime, la violenza domestica, lo sfruttamento sessuale e i matrimoni forzati. Con un’attenzione particolare per le madri e le donne con disabilità specie nelle aree più periferiche delle grandi città.

Logo progetto Miriam


E finalmente, con gran parte d’Italia in zona bianca, dal 19 giugno partirà il tour di un gruppo di esperte della Comunità Papa Giovanni XXIII e di Differenza Donna, ente gestore del numero antiviolenza nazionale 1522, che si confronterà con operatrici e operatori volontari e volontarie sull’approccio alle vittime e la rete dei servizi territoriali, il ruolo dei centri antiviolenza e l’apporto dei servizi a bassa soglia e degli sportelli di ascolto per riconoscere la violenza e indirizzare ai servizi competenti chi la subisce.
Tra le formatrici, la psicologa Martina Taricco impegnata nel supporto psicologico alle vittime di tratta in Piemonte e anche in una comunità per minori che spiega così l’obiettivo di questo tour: «Vogliamo raggiungere più operatrici e volontari possibili per condividere le esperienze e metterci in ascolto di difficoltà che molti hanno nell’approccio a donne maltrattate. Spesso emergono un atteggiamento di incertezza di non essere abbastanza competenti per proporre una via d’uscita o al contrario l’ansia di prendersi a cuore una giovane vittima e salvarla a tutti i costi sostituendosi a lei nella scelta. In entrambi i casi bisogna ricordare che ognuno può dare un contributo per interrompere la spirale di violenza che sta attraversando anche il nostro paese dopo lunghi mesi di restrizioni. Ma la resistenza passiva, attraverso la quale le donne sembrano impotenti di fronte agli attacchi del partner, resta una delle strategie che le vittime usano per evitare conseguenze peggiori sulla propria sicurezza futura e quella dei figli, specie se provengono da aree geografiche dove sono più frequenti violenze domestiche, sfruttamento sessuale o matrimoni forzati. Diverse donne che ci contattano sono molto vulnerabili, hanno delle disabilità o dei disturbi psichiatrici. Moltissime sono madri. Costruire una relazione di fiducia con ognuna di loro richiede un ascolto attivo ma anche competenze interculturali e interreligiose che permettano di ridurre le loro paure e anche le nostre stesse titubanze».

La drammatica storia di Mira

Paura e senso di oppressione a causa degli uomini maltrattanti sono all’ordine del giorno per molte donne violate nello sfruttamento della prostituzione. E così è anche nel caso di Mira 20 anni, originaria di Valona (Albania). Le operatrici di una delle unità di strada della Comunità Papa Giovanni XXIII la incontra da più di un anno. Voleva fare l’infermiera quando era in Albania ma è la più grande in una famiglia numerosa. Senza via di scampo, portata in Italia da una connazionale.
Mira è controllata in strada sotto gli occhi di tanti che passano in quella zona industriale. La criminalità albanese non  scherza. Anche se in quel territorio sono stati arrestati ben 6 sfruttatori, altri uomini hanno preso il loro posto. Controllano i marciapiedi di notte. Riscuotono i loro soldi e continuano liberamente i loro traffici a causa della corruzione e della consuetudine del riciclaggio di denaro. Non si occupano solo di Mira. Ma di certo è così giovane e bella che fa fare loro tanti soldi.
«Per questo durante la pandemia ci aveva chiesto aiuto – racconta Enkolina Shqau, operatrice antitratta madrelingua albanese nella videotestimonianza proposta durante la formazione online del progetto Miriam ma poi ci ha ripensato e per un po’ non ci ha chiamato, né rispondeva al telefono.
Poi una notte ha telefonato all’operatrice di cui sta imparando a fidarsi. Era in ospedale, a pezzi. L’ennesimo cliente le aveva chiesto alcuni mesi prima un rapporto senza preservativo ed era rimasta incinta.
«Un’emorragia –diceva al telefono –e ora sono su un letto di ospedale attaccata alle flebo per un aborto di cui non ho fatto nemmeno in tempo ad accorgermi».

Mira: «Fra poco lascio questa strada di merda!»

Una settimana fa l’abbiamo rivista, ancora sfinita. Questa volta con l’ansia di clienti senza scrupoli, che vanno da lei in due o in tre per pagarle il solito rapporto sessuale ma poi la riprendono col cellulare. «Non c’è mai da fidarsi con questi clienti. Sono sempre più pazzi: ho paura che vendano i video per fare soldi e poi mi ritrovo su internet. E se mi scopre la mia famiglia? Loro non sanno niente della mia vita. Fra poco la lascio questa strada di merda!» ci ha ripetuto pochi giorni fa.

Per lei e per le tante giovani donne violate nel corpo e nell’anima o usate fino all’estremo e poi uccise dai loro stessi mariti o compagni, il progetto Miriam continuerà - dopo il tour di giugno e luglio, a settembre con un Corso di 2°livello per approfondire la presa in carico delle vittime e come intervenire sugli autori di reati, percorso rivolto ad operatrici e operatori che han partecipato al corso di 1°livello e ad assistenti sociali. Per iscrizioni e info: progettomiriam@apg23.org