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26 Giugno 2020

«Chiediamo di investire nella prevenzione»

L'appello di Ramonda nella Giornata internazionale contro l'abuso e il traffico illecito di droga voluta dalle Nazioni Unite.
Foto di Henning Westerkamp
Così il Presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII: 40 anni fa nascevano le prime comunità terapeutiche. Ricorrenza importante per l'associazione di don Benzi che oggi, 26 giugno, celebra una doppia festa.
Festa dell’Interdipendenza, titolo emblematico per spiegare, a detta dei promotori, che «la dipendenza ci fa schiavi, l'indipendenza ci fa soli, ma l'interdipendenza ci fa liberi assieme». Ogni 26 giugno, a inizio dell'estate, questa iniziativa diventa un momento fondamentale di ritrovo per le comunità terapeutiche (CT) della Comunità Papa Giovanni XXIII, per presentarsi e far conoscere le attività svolte nell'anno.

Nonostante il coronavirus, la Festa dell’Interdipendenza si svolge anche nel 2020 pur in maniera totalmente alternativa. Dopo alcuni appuntamenti formativi online, gli operatori e gli ex-tossicodipendenti delle comunità di don Benzi si uniranno in un meeting online nel pomeriggio dalle 15 alle 16.30 per sostenere la promozione integrale della persona umana e dare voce anche a chi dal tunnel della droga ne è uscito.

«Darà inizio all’iniziativa il nostro presidente Giovanni Paolo Ramonda – spiega Giorgio Mezzini referente del Servizio educazione e formazione – poi ascolteremo anche la testimonianza di don Federico Pedrana impegnato con alcuni ragazzi che hanno terminato il programma terapeutico nelle periferie più disagiate di Bucarest. Nonostante l’evento quest’anno sia tutto online, abbiamo chiesto a tutte le CT di inviare dei video che raccontassero cosa hanno vissuto durante l’emergenza sanitaria e il lockdown. Musica, arte grafica, dipinti, brevi rappresentazioni: sono tanti i modi che hanno utilizzato per raccontarsi. Interessante è anche l’interazione con i ragazzi e le ragazze in programma che durante la diretta potranno inviare le parole significative di questa loro esperienza, raccogliendole così in una nuvola man mano per costruire graficamente le fronde di un albero. Parte di questo materiale sarà accessibile online».

La prima comunità terapeutica

Sarà un’occasione per ricordare anche quell’anno, il 1980, in cui don Oreste volle aprire la prima comunità terapeutica.  Era il 5 ottobre quando tre ragazzi, Sergio, Riccardo ed Enzo, andarono a vivere a Igea Marina con l’allora obiettore di coscienza Francesco Merciari. Una scelta che nasceva da una specifica chiamata a mettersi al fianco di chi era entrato nel tunnel della droga. Non una esigenza di diventare specialisti di un nuovo servizio ma la risposta ad un bisogno come in tante altre fragilità a cui il fondatore della Comunità aveva rivolto l’attenzione e la premura, insieme ai suoi collaboratori.

Un metodo quello adottato allora che punta sulla persona, il suo sentirsi risorsa, e le quattro R: rinascita, responsabilità, realtà – il bene principale della CT e rispetto verso se stessi e verso gli altri. Il vescovo di allora e la richiesta di farsi carico dei tossicodipendenti riminesi, accelerò l’apertura della prima di numerose comunità ora presenti in diversi continenti, con lo spirito espresso da don Benzi: «Ci aprimmo così non alla comunità terapeutica ma alla comunità di condivisione per il recupero dei tossicodipendenti» perché «la linea di fondo del nostro cammino è la condivisione e non la prestazione».
Da allora la Comunità gestisce 34 comunità terapeutiche, di cui 22 in Italia e 12 all’estero.

Sandra Sabattini: operatrice e santa della porta accanto

In questo quarantennale che sarà festeggiato “dal vivo” a pandemia conclusa, nel 2021, una testimonial d’eccezione è Sandra Sabbatini, la giovane studentessa di medicina, membro della Comunità Papa Giovanni XXIII, morta a soli 23 anni in un incidente e nei prossimi mesi beatificata a Rimini. «Sandra sarà non solo la prima santa fidanzata – spiega Mezzini - ma anche la prima santa operatrice. Si buttò infatti a capofitto nella condivisione con i giovani tossicodipendenti. Non a caso abbiamo già diverse comunità terapeutiche dedicate a lei tra cui quella di Trarivi dove si è spesa fin da subito, in Cile… Quanto più Sandra è significativa per gli operatori tanto più lo diventa anche per i ragazzi in programma. Per questo abbiamo in cantiere un testo totalmente dedicato a Sandra operatrice. L’intuizione di celebrare di Sandra in particolare l’impegno verso chi è scivolato nella morsa delle dipendenze, nasce dal desiderio di cogliere una voce viva attualissima oggi per i giovani. Sono cambiate le sostanze e i comportamenti ma i bisogni che spingono ad estraniarsi dalla realtà sono sempre quelli. Chi più di Sandra ha saputo raccontare nel suo Diario la bellezza della vita con gioia e semplicità? Di questo c’è ancora tanto bisogno. Diverse persone in programma hanno intuito cosa faceva e chi era, e riconosciuto preziose le sue parole».

Quanto sia significativa la figura di Sandra Sabbatini per un giovane inserito in un percorso terapeutico lo si capisce bene dai diversi spunti raccolti da Giorgio Mezzini durante un’attività nella comunità terapeutica di Trarivi (in provincia di Rimini), dove la giovane riminese si sperimentò come operatrice. Le riflessioni presenti nel suo Diario infatti toccano il cuore di chi sta cercando coraggiosamente di uscire dal tunnel delle dipendenze. Laura è una di questi. Alle parole del Diario del 13 febbraio 1983: «Amando scoprirai la tua strada, amando ascolterai la voce, amando troverai la pace», lei risponde con una riflessione sul percorso che ha davanti: «Questa frase è bellissima, piena di significato, ti entra nel profondo dell’anima. Vorrei tanto imparare ad amare come sapeva fare Sandra».

E poi c’è S. della comunità terapeutica di Balignano (FC). Una storia che fa accapponare la pelle ma si vede che ha iniziato a pensare alla vita in positivo, valorizzando le piccole cose intorno a lei, come Sandra. La futura beata scriveva nel febbraio del ’76: «Che bello essere nati, vivere, per poter vedere tutto quello che mi circonda, avvolte nei momenti di sconforto la odiamo, ma la vita è più che degna di essere vissuta insieme al Signore, vivere se non altro per cambiare questo ancora degradante modo di vivere mio e degli altri, combattere, dunque, contro le avversità». E S. racconta di sé, di tutta risposta: «Io maledicevo di essere nata e ho anche tentato il suicidio. Ora vedo tutto ciò che mi circonda: fiori, uccelli e il sole che ti scalda il viso nei momenti di sconforto. Odiavo la vita e l’unico amico in quel momento era la bottiglia, che capisco mi ha rovinata, adesso che sono qui è bella viverla insieme al Signore e combattere tutti i giorni le avversità».

L'appello di Ramonda

In questi mesi di lockdown, quanto è stato importante questo cammino di riscoperta delle proprie potenzialità per uscire dal proprio malessere più profondo, resistendo alla tentazione di scappare, non da soli! Ma fuori dalle comunità terapeutiche cosa sta “insegnando” questa pandemia? Come far fronte alle dipendenze legate alla sovraesposizione al web?
L’appello di Paolo Ramonda parla chiaro: «Mentre in Parlamento si raccolgono firme per rendere più florido il mercato della droga, soffocando così la libertà di tanti ragazzi con nuove forme di schiavitù, il nostro grido di allarme è per una strategia di prevenzione educativa sempre più dimenticata». «Ormai sono chiare le gravi conseguenze che pandemia e lockdown stanno recando: aumento del livello di stress, aggressività e disturbi del sonno. - continua Ramonda - Oggi l'attività di spaccio si è trasferita dalla strada al dark web e ai social network. Chiediamo al Governo e a tutti coloro che hanno responsabilità educative nei confronti delle giovani generazioni, dei loro bisogni educativi, dei loro diritti, della loro dignità di investire nella prevenzione».